Storia della musica: dal blues agli anni duemila #7

7 – Il Garage rock

Se il folk-rock di metà anni ’60 costituisce la risposta ufficiale del pop-rock americano alle “nuove” sonorità inglesi, il garage-rock può essere visto come la sua controparte underground, nel senso più puro e letterale del termine, trattandosi di una scena spontanea e frammentaria animata da un’infinità di gruppi dal suono amatoriale e crudo che tritano e riducono all’osso i riff di Kinks, Stones e Yardbirds, facendoli risuonare all’interno dei garage di casa, (da cui il genere prende il nome), cominciando e spesso terminando lì l’intera “carriera” musicale, tra le quattro mura del box di casa.
Talvolta alcuni di loro emergono all’improvviso, con hit improvvise e inaspettate, come la “Louie Louie” dei Kingsmen, da molti considerata il primo pezzo garage della storia o la “Psychotic Reaction” dei Count Five che ispirerà a Lester Bangs il celebre “Psychotic Reaction and Carburetor Dung”, per poi tornare ad immergersi nell’underground con la stessa rapidità con cui ne erano usciti.
Molti di loro probabilmente sarebbero destinati a rimanere irrimediabilmente nel dimenticatoio, non fosse per il provvidenziale intervento di recupero archeologico compiuto da “Nuggets” (1972), seminale raccolta curata da Lenny Kaye, chitarrista del Patti Smith Group che per la prima volta allinea alcuni dei principali gruppi e i pezzi del movimento: gruppi e pezzi per cui stilare una mappa dettagliata ed esaustiva è impresa pressoché impossibile vista la frammentazione del non-movimento.
Probabilmente il gruppo più influente per le future ondate revivalistiche sono i Sonics, gruppo di Tacoma che nel 1965 fa uscire “Here Are the Sonics”, esordio al fulmicotone farcito di cover rhythm’n blues selvagge e pezzi originali indimenticabili come “The Witch”, “Strychnine” e “Psycho”. Dalla stessa area, quella del nord-ovest Americano provengono i già citati Kingsmen, i Wailers, gli Standells di “Dirty Water” e i Raiders, facendo della scena in questione una delle più interessanti tra tutte quelle che tra il 1964 e il 1967 vanno moltiplicandosi da una costa all’altra degli Stati Uniti, (anche se in questo caso il termine scena va preso più che mai con le pinze): dalla California (Count Five e Syndicate of sound) a New York (gli Strangeloves di “I Want Candy”), da Chicago (Shadows of the Knight e gli Awboy Dukes di “Baby Please Don’t Go”). Da Flint (futura patria del gruppo hard rock Grand Funk Railroad) provengono invece i Question Mark & The Mysterians che si lamentano delle 96 lacrime versate (“69 Tears”) sostenuti dall’ipnotico incedere di un organo farfisa.
Nonostante le apparenti caratteristiche derivative (peraltro presupposto per la nascita di ogni nuovo genere) il garage-rock si rivelerà seminale non solo per i revival a cui sarà soggetto nei decenni successivi, ma anche perché per la prima volta, in parte grazie al suo carattere semi-clandestino, in parte a causa del livello amatoriale della maggior parte dei suoi protagonisti, in parte ancora per le precarie condizioni di registrazione fece emergere un suono grezzo e sporco, un cantato rauco e feroce che verranno poi ripresi ed esasperati nel proto-punk di Detroit di Stooges ed Mc5 lungo un sentiero che conduceva dritto al punk-rock del ‘76: e proprio l’idea fondante del punk che chiunque possa prendere in mano uno strumento e salire sul palco è messa in pratica qui per la prima volta con successo, anche se tra le anguste mura di un garage della periferia americana anziché sui palchi newyorchesi del CBGB.  (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Miró

Il nome di Joan Miró viene spesso associato all’immagine di un pittore ingenuo, troppo spesso tacciato di manifesta ed esibita facilità; le figurine infantili che popolano i suoi dipinti, soltanto un ludico divertimento. Tuttavia, nessuna lettura è probabilmente più lontana e superficiale per una reale comprensione di un artista come lui.
Miró rappresenta per la storia dell’arte moderna una vera eccezione, non classificabile all’interno di un movimento preciso, ma è piuttosto tra le pieghe del Surrealismo (meglio sarebbe dire del surreale), che si può tentare di far rientrare un artista che sfugge e si svincola da ogni possibile definizione.
Il teorico del Surrealismo André Breton ha favorito questo malinteso, questa chiave interpretativa fuorviante, valutando negativamente la componente “giocosa” e apparentemente facile che avvicina l’uomo al cielo ma gli toglie un po’ della sua onnipotenza, o meglio impiegandoci circa trent’anni per comprenderla realmente.


Miró, la cui esistenza, non dimentichiamolo, ha attraversato due conflitti mondiali e una logorante guerra civile, rappresenta la lotta tra ragione e spontaneità, arte letteraria e arte pura, una lotta che egli annullerà con il continuo proliferare dei suoi grotteschi personaggi su tele, ceramiche, litografie e sculture; reinventando fino alla fine della sua lunghissima carriera nuovi mezzi per esprimere la e sua incontenibile voglia di evolvere il pensiero e di fare arte.
Miró crea un linguaggio nuovo e tutto suo che non ha riferimenti, ma nasce ogni volta che si cimenta con una nuova superficie, con una nuova tecnica, con una nuova immagine vista con l’inesauribile fantasia scatenata dalle forze latenti che agiscono sugli oggetti e su tutto ciò che appartiene alla nostra quotidianità. La sua arte dunque, che nasce dalle pieghe profonde dell’inconscio e del sogno, riesce a far vivere, con l’uso di linee, stelle filanti, code d’aquilone e colori, quell’universo immaginifico che è in ognuno di noi.

Per questo egli darà corpo all'”universale” raggiungendo così la perennità, per questo la sua arte continua a piacere e a stupire coloro che ancora si soffermano davanti ai suoi quadri cercando di “sentire” e non solo di capire quello che trasmettono. Lo spettatore si stupisce che profondissimi blu o accesissimi rossi possano comunicare la sensazione del mare, del cielo e dell’infinito, oppure ricondurre al calore del sole o alla rabbia e alla disperazione se pensiamo alle opere del 1937 (eseguite in concomitanza con la guerra civile spagnola).
Joan Miró nasce il 20 aprile 1893 a Barcellona, in una casa del Passatge del Crédit.
Il padre è un orefice e orologiaio e la madre è figlia di un ebanista di Palma di Maiorca città che accoglierà la sua morte avvenuta il 25 dicembre 1983.

Asterisco *41

Sai cosa succede quando passano gli anni?
Vedi l’amore in modo diverso. Ti innamori dell’anima delle persone.
Vuoi solo amore e tranquillità. Apprezzi di più la vita perché ti accorgi che nulla è per sempre e comprendi la cosa più importante
ogni minuto è un miracolo perché sei vivo.

Elmer Crumbley

Il 1° agosto 1908 a Kingfisher, nell’Oklahoma, nasce il trombonista e qualche volta cantante Elmer Crumbley.

Elmer Crumbley è stato un trombonista jazz americano noto per il suo contributo alla musica swing e jazz orchestrale. Ha iniziato la sua carriera musicale negli anni ‘20, suonando con varie big band e orchestre di jazz dell’epoca.
Crumbley è stato particolarmente noto per il suo lavoro con la band di Jimmie Lunceford, una delle orchestre più celebri dell’era dello swing. Durante la sua carriera, ha anche collaborato con artisti come Count Basie e Erskine Hawkins. Il suo stile di trombone era caratterizzato da un suono caldo, potente e preciso, che si adattava perfettamente agli arrangiamenti orchestrali del periodo.
Anche se non è uno dei nomi più noti del jazz mainstream, il suo contributo è stato significativo per l’evoluzione del trombone nel contesto orchestrale jazz. Ha continuato a suonare e ad esibirsi fino agli anni ‘70, lasciando un’impronta duratura nella comunità jazzistica.

La Bussola #22

La descrizione del sito Collettivo Culturale TuttoMondo è: “CCTM vuole essere un viaggio attraverso le varie forme dell’arte, della cultura e del costume.”

Le parole e le immagini possano offrire bellezza, far nascere una riflessione, dare meraviglia in questo momento in cui la meraviglia sembra essere perduta e stimolare la curiosità e la voglia di guardare il mondo, a TuttoMondo, cogliendone tutta la bellezza di luci, colori e le ombre. CCTM da spazio a chi vuole condividere una poesia, un dipinto, o qualunque altra forma artistica che rappresenti il vostro essere.

Kenny Burrell, tocco raffinato e fluido

Kenny Burrell è un chitarrista jazz americano nato il 31 luglio 1931 a Detroit, noto per il suo stile elegante e sofisticato, che fonde bebop, blues e swing con una grande sensibilità armonica. È considerato uno dei più grandi chitarristi jazz di tutti i tempi, apprezzato per il suo tocco raffinato e la sua capacità di creare linee melodiche fluide e ricche di sentimento.
Cresciuto nella vivace scena jazz di Detroit, Burrell ha iniziato a suonare professionalmente già da giovane, collaborando con artisti come Dizzy Gillespie e Tommy Flanagan. Il suo debutto discografico avviene nel 1956 con l’album Introducing Kenny Burrell, che mette in mostra il suo stile sobrio e sofisticato.
Uno dei suoi lavori più celebri è Midnight Blue (1963), un capolavoro che mescola jazz e blues in un’atmosfera rilassata e avvolgente. Brani come Chitlins con Carne sono diventati classici del repertorio jazzistico. Burrell è anche noto per la sua collaborazione con artisti come Jimmy Smith, John Coltrane, Duke Ellington e molti altri.
Kenny Burrell ha lasciato un segno profondo nel jazz grazie alla sua musicalità raffinata e alla capacità di fondere l’eleganza del jazz con la visceralità del blues. Il suo suono caldo e la sua sensibilità armonica continuano a influenzare chitarristi di tutto il mondo.

Beach Boys – Pet Sounds (1966)

Per i Beach Boys il 1966 è l’anno della svolta: se fino a quel momento hanno scalato le classifiche di vendita e popolarità con canzoni fresche, accattivanti, ingenue, ispirate alle ragazze californiane e al mito del surf – pop, insomma, con tutto il fascino e i limiti del caso – dopo l’ascolto di Rubber Soul Brian Wilson decide di entrare ufficialmente in competizione con i Beatles.
L’eccellente risultato è un’opera in cui è svelata l’ossessione dello stesso leader per la ricerca dell’armonia e della melodia più che del successo commerciale; circostanza confermata dall’esclusione di Good Vibrations, registrata proprio durante quelle session, dalla scaletta finale di Pet Sounds. Con la conseguenza, quasi ovvia, che di tutta la discografia dei Beach Boys questo fu l’album che vendette meno; all’appello mancano, infatti, proprio quelle canzoncine, innocue e semplici (Surfin’ USA, per fare un esempio) a cui l’americano medio era stato abituato. Così, più del pubblico, sono i critici a “spingere” il disco – che, comunque, entra nei Top 10 – e ad accorgersi della grandezza di una dozzina di composizioni che il genio di Wilson, anche nelle vesti di produttore, trasforma in un concept dedicato all’amore. Oltre ai testi, a impressionare e lasciare scossi sono le scelte armoniche e il modo in cui viene utilizzata la sala di registrazione, trasformata in un nuovo strumento al fianco di violini, corni, sassofoni, oboe (I’m Waiting For The Day) e voci angeliche che si intrecciano indissolubilmente (God Only Knows: il capolavoro all’interno del capolavoro). Lascia senza fiato, anche, la continua cura del particolare: il campanello di una bicicletta in sottofondo in You Still Believe In Me, la cinematica evoluzione di Let’s Go Away For A While e della title track, il suono volutamente rétro di I Know There is An Answer (ripreso, poi, in Hang On To Your Ego), i tempi che cambiano in Here Today, la “voce” dei cani di Brian – Banana e Louie – sul finale di Caroline, No. Per farla breve, la perfezione assoluta: un sacrilegio non possederla e custodirla molto, ma molto, gelosamente.

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Van Morrison – Remembering Now (2025)

Recensioni 2025

Come suggerisce il titolo dell’album, questo 47° disco in studio è pieno di reminiscenze del passato, una vera e propria galleria d’arte di canzoni che descrivono un mondo andato. A quanto pare Morrison ha fatto i conti e ha raggiunto un punto della sua carriera in cui guardare al passato è fondamentale tanto quanto guardare al futuro.
I semi musicali piantati negli ultimi anni di performance dal vivo sono sbocciati in una nuova registrazione in studio, completa e ricca di contenuti. A prescindere dall’impulso, Morrison ha creato un album che prende il meglio di ieri e lo combina in una straordinaria meditazione per il presente.
Morrison canta di spirito, anima, ricordi e visioni. Come dice nella traccia che dà il titolo all’album, “This is who I am” (Questo è ciò che sono). È una vetta elevata nel panorama montuoso del rock and roll.
Al primo posto della mia classifica annuale.

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Charlie Chaplin e Buster Keaton

Charlie Chaplin e Buster Keaton sono stati i due più grandi comici dell’era del cinema muto, ma, guarda caso, non hanno mai condiviso lo schermo fino a quando non è iniziata l’era del sonoro. Infatti, la loro collaborazione non è avvenuta fino al 1952, quando hanno prestato la loro partecipazione nel film Limelight.
Sebbene Limelight possa essere un film sonoro e la scena di Chaplin e Keaton possa essere un numero musicale, ciò che eseguono insieme è, a tutti gli effetti, un’opera di commedia muta. Chaplin suona il violino e Keaton il pianoforte, ma prima che uno dei due riesca a ottenere una nota dai propri strumenti, devono prima affrontare una serie di incidenti tecnici e malfunzionamenti. Ciò è in linea con un tema che entrambi gli interpreti hanno sperimentato più e più volte nel loro periodo di massimo splendore del muto: quello dell’essere umano reso incapace dalle complicazioni di un mondo disumano.

Asterisco *40

Quando arriva una lacrima, è come avessero toccato un nervo scoperto. Un’emozione colpisce come un’onda di marea e cresce poi come uno tzunami, e spiazza perché non si sa esattamente dove andrà a finire. È un po’ come percepire il dolore nell’orecchio quando in realtà è il nervo del dente.