E’ un doppio filo quello che percorre questo ottimo disco. Il primo è quello di Mavis Staples: il gospel, il soul, la lotta, Dr. King (Martin Luther King) e la sua splendida voce. Il secondo è quello di Ry Cooder: la produzione, il suo talento, la sua musica e il suo essere straordinario. L’unione di questi due “fili” che tra loro si intrecciano, come la trama e l’ordito, formano un tappeto sonoro unico e inimitabile. Questo “tappeto sonoro” provoca e trasmette dei segnali che vanno a stimolare anche quelle “zone” più latenti del nostro cervello, creando così nuove sensazioni, nuove emozioni, che credevamo perdute. Mavis Staples è una cantante di colore di 67 anni (nel 2007), è una leggenda del gospel. Possiede una delle voci più belle della musica soul, una delle voci più preziose della musica contemporanea. E’ stata cantante solista per tantissimi anni negli Staple Singer assieme al padre Roebuck Pops. Incide questo, che probabilmente, è il più bel disco della sua carriera. Lo definisce quasi un miracolo, in quanto non pianificato e inciso buona parte in presa diretta, grazie naturalmente all’esperienza e alla professionalità di Ry Cooder. Il titolo dell’album “Non torneremo mai indietro”, richiama il periodo della lotta per i diritti civili. I testi delle sue canzoni parlano di lotta, di emancipazione, di ideali. Invitano la gente a ritrovarsi insieme per parlare, socializzare, per restare uniti contro chi li vuole sfruttare, per restare liberi contro chi li vuole opprimere, per una vita e un mondo migliore. “Sono passati quasi 50 anni da allora / Per quanto tempo ancora dovrà durare? / Dobbiamo cambiare le cose subito / Perché ancora oggi siamo trattati così male?” Le canzoni di Mavis sono gospel, soul, folk e blues. La sua voce intensa ed energica, sprigiona un misto di rabbia ed emozione, di forza e religione (ancora adesso alla domenica si reca in chiesa battista per cantare). E’ brava la Staples, sa trasmettere con la sua voce un’incredibile pathos e con le sue parole sa ridare senso alla black music. Nei cori si fa aiutare niente meno che dai Ladysmith Black Mambazo, che come sudafricani, qualcosa in questo campo lo sanno. Anche in questo cd la figura di Ry Cooder è ancora una volta determinante. Questa volta però a differenza del suo ultimo lavoro “My name is Buddy” (ottimo disco ma più interessato alle liriche che non alle musiche), Ry affronta si, le stesse tematiche sopraddette, ma finalmente ci fa sentire ottima musica, la sua musica. Il suo personalissimo suono che lo rende unico. E’ il Ry Cooder che ci piace, che sa trasmettere quelle sue vibrazioni magiche. Tra le varie composizioni, tutte di buon livello, due sono particolarmente ottime: “My Own Eyes” e “I’ll Be Rested”, che guarda caso, sono anche le uniche due firmate da Ry Cooder. Sarà un caso? “Con questo disco / spero di ritrovare le medesime sensazioni / lo stesso spirito / l’identico messaggio di allora / e di contribuire a un cambiamento ancora una volta positivo”.
La visione di un canneto è sempre un po’ particolare, forse perché non ce ne sono tanti. Questo è a Casier in provincia di Treviso a fianco di una bellissima ansa del fiume Sile. L’ Arundo donax, questo è il nome della canna comune, può raggiungere anche i dieci metri di altezza.
Bright Eyes si chiama Conor Oberst e ha 27 anni (nel 2007). E’ sulla scena musicale da dieci anni, pubblicando vari EP e poi dal 2005 due dischi. Due album controversi, uno sperimentale “Digital Ash In A Digital Urn, e uno tradizionale “I’m Wide Awake, It’s Morning”. Questa terza prova era attesa come una “verifica”. Come fosse a un bivio e dovesse scegliere quale strada intraprendere: ha scelto la seconda, quella meno scoscesa, più sicura e di facile percorrenza, la tradizionale. Gli aggettivi che vengono subito alla luce nell’ascolto di questo Cassadaga, sono tre: semplice, profondo e maturo. Cassadaga è la conferma che Conor Oberst è un cantautore completo, le sue composizioni lo confermano. Questa sua virata verso il “folk” ha fatto modo di confezionare brani melodici e arrangiati con cura nei minimi particolari, con una strumentazione ricca, con l’aggiunta oltre a suoni tipicamente acustici anche di cori, abbandonando così quei giochi elettronici e psichedelici intrapresi con “Digital …”. E’ indubbia l’influenza di Bob Dylan, Leonard Cohen e delle sonorità tipicamente Irlandesi, Waterboys e Pogues. Conor parla dell’America che lui vive, con sentimento sincero nel suo personale, senza falsa retorica nel politico. Riflessioni universali con una voce che non è più quella arrabbiata di un tempo, ma serena e profonda, come la voce tipica di un ragazzo che sta per diventare uomo. E’ un buon lavoro questo disco del nostro Oberst, l’unica cosa che può rimanere “sospesa” è: e se ci poteva piacere di più l’Oberst sgraziato, anarchico e ribelle? Ma!, come ha avuto modo di dire qualcuno, sono obiettivamente problemi nostri, e neppure tanto gravi. Questo è adesso Bright Eyes, un bravo ragazzo, un bravo cantautore, e fare i bravi è cosa buona e giusta.
Questa foto mostra un’ansa del fiume Sile nei pressi di Santa Cristina di Morgano a Quinto di Treviso. Il Sile è con i suoi 70 Km di lunghezza è il più lungo fiume di risorgiva d’Italia. Grazie alla sua naturale ubicazione è stato creato il Parco Naturale Regionale che si estende su una superficie di 4.152 ettari, compresa all’interno di 11 territori comunali distribuiti nelle province di Padova, Treviso e Venezia.
Riflessione sull’ultima produzione di Van Morrison
Dopo diversi anni e molte uscite discografiche, non tanto entusiasmanti, “The Man” torna a ruggire. Latest Record Project Volume I è il suo più bel disco dell’ultimo ventennio. Non certo un capolavoro ma sicuramente un album che non annoia anzi, lo ascolto in loop e non mi stanca per nulla. Sorvolo su alcuni testi che non mi trovano d’accordo per niente ma il suono è sempre quello di un grande e se a trequarti di secolo incidi ancora un album doppio con 28 canzoni (e un altro che arriverà) per ben due ore di musica, vuol dire che talento, ingegno e ispirazione non ti fanno difetto.
E proprio su questi ultimi aggettivi, per niente esagerati, mi sorgono spontanee alcune domande: Cosa succederà quando non ci sarà più questa generazione di musicisti? Penso a Bob Dylan, Neil Young, Bruce Springsteen… Cosa gli spinge a continuare a scrivere e pubblicare, a mettere la musica al centro della propria vita? Potrebbero godersi le giornate senza troppe preoccupazioni… Eppure non mollano, perché? Dove trovano tutta questa energia e ispirazione? Le risposte possono essere diverse ma non è questo il post per approfondirle.
Per il momento mi godo queste 28 canzoni che compongono “Latest Record Project Vol. 1”, dove non c’è un cedimento, una flessione, dove energia e determinazione si aggiungono a sensibilità e acume. In un’epoca in cui quasi tutta la musica potrebbe essere schedata come “Musica da ascensore“, queste canzoni rivendicano una dignità e un diritto di ascolto. Per il momento mi godo questa loro eterna giovinezza, non pensando al futuro e concentrandomi sul presente che non è invitante, ma è quello che ci è dato vivere. E con questa colonna sonora, vi assicuro che non è soltanto piacevole, ma addirittura sorprendentemente piacevole.
Ben ritrovato quindi “The Man” della tua creatività ne abbiamo bisogno visto il “quasi vuoto” (il “quasi” è obbligatorio) musicale che regna sovrano.
Vedere una piantina fiorita nascere tra una strada asfaltata e un muro di cemento armato, dove di terra non se ne vede neanche un centimetro è una cosa emozionante. In una fessura di pochi millimetri un piccolo e semplice seme è riuscito ad alimentarsi e crescere, a voler dimostrare che quando c’è la volontà tutto si può fare. In questo caso, rivitalizzare un pochettino quello che l’uomo ha urbanizzato.
Se il titolo “Neon Bible” e la copertina del Cd possono indirizzarci verso una strada di non facile percorrenza, in realtà la prima sensazione che si percepisce nell’ascoltare questo disco degli Arcade Fire è quella di “freschezza”, dove per freschezza si intende; musica immediata e vivace. Neon Bible è il loro secondo disco, il primo “Funeral” del 2004 riscosse parecchio successo, sia dalla critica sia dall’utenza musicale. Come succede in questi casi la seconda prova viene sempre attesa al varco; bolla di sapone o reale novità sonora? Direi che la seconda è quella azzeccata. Gli A.F. hanno voluto prendersi tre anni di tempo, prima di incidere questo bell’album che viene registrato quasi totalmente in una chiesetta sconsacrata vicino a Montreal (mi ricorda il primo disco dei Cowboy Junkies) mentre per una parte dei cori vanno incidere a Budapest. L’ambiente in cui si snoda questo capitolo musicale è carico di atmosfere cupe e apocalittiche. Le undici canzoni che compongono questo “viaggio” sono dei veri gioiellini, arrangiati con fantasia e intelligenza. Questi sette musicisti canadesi, dimostrano di essere un gruppo eclettico e un po’ pazzerello. Producono le loro canzoni con: chitarra, basso, batteria, poi aggiungono archi e vari rumori, trovati non si sa dove. Il suono così creato, sommato a ritornelli cantati dai vari coristi, creano un “sound” personale e autentico, che li rende riconoscibili già dopo qualche ascolto, immatricolando così un genere che è già un loro marchio di fabbrica. Questo fa si che si elevino di una spanna sulla media della produzione musicale, cosa non facile di questi tempi, e soprattutto per una band alla seconda prova discografica.
Queste si chiamano cavane e praticamente sono dei ricoveri coperti per le imbarcazioni. Sono tipiche della laguna veneziana ma si possono trovare anche lungo ai fiumi navigabili del veneziano e nell’entroterra. Nella fattispecie queste sono presenti nella località delle Giare nel comune di Mira (VE) che è la zona più numerosa in assoluto visto che ne sono presenti quasi un migliaio.