100 Brani Jazz #9

Nona selezione dei cento migliori brani jazz di tutti i tempi.
Brani di: Georgia on My Mind di Ray Charles, Joy Spring di Clifford Brown & Max Roach, One O’Clock Jump di Count Basie, Potato Head Blues di Louis Armstrong, Bumpin’ (On Sunset) di Wes Montgomery, Feeling Good di Nina Simone, Misty di Errol Garner, Moody’s Mood For Love di James Moody, Stardust di Louis Armstrong, Yardbird Suite di Charlie Parker.

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Storia della musica: dal blues agli anni duemila #15

15 – I cantautori di fine anni ’60

Tra le tante rivoluzioni musicali messe in atto da Bob Dylan (e più in generale dal movimento del Greenwich Village) durante gli anni ’60 c’è la creazione di uno stile cantautoriale in cui musica e testi acquistano pari dignità: non-genere che si diffonde a macchia d’olio, rendendo necessaria una rapida escursione in giro per la mappa Americana (e Inglese) di fine decennio alla ricerca dei suoi eredi.
Punto di partenza non può che essere proprio il Greenwich Village: lì si esibiva Laura Nyro, personificazione del melting-pot cittadino con un incredibile ibrido tra soul, jazz e folk cui fanno eco liriche evocative ed intense: grazie a dischi impeccabili come “New York Tendaberry” (1969) e “Gonna Take a Miracle” (1971) sarà influenza imprescindibile per cantautrici di fine anni ’70 come Joan Armatrading e Rickie Lee Jones.
Sempre nel Greenwich si muove l’Arlo Guthrie di “Alice’s Restaurant” (1967), con uno storytelling surreale che brilla sia nella chilometrica title-track sia nella celebre “Motorcycle song” e David Peel, che prosegue in “American Revolution” (1970) sulla falsariga dei Fugs, tra cori stonati e testi affilati e sarcastici.
Texani sono invece Townes Van Zandt e Mickey Newbury, autori animati da una vena intimista e commovente che vive attraverso forti ascendenze country in dischi come, rispettivamente, “Our Mother the Mountain” e “It Looks Like Rain”, entrambi del 1969.
Molti degli autori più importanti dell’epoca risiedono comunque al di fuori dei confini degli Stati uniti, in particolare Canada ed Inghilterra.
Canadesi sono Leonard Cohen, Joni Mitchell e Gordon Lightfoot: il primo, già noto come scrittore e poeta, esordisce musicalmente nel 1968 con “Songs of Leonard Cohen”, sostituendo il tono declamatorio di tanto folk con un suono intimo ed un cantato rilassato, spesso sussurrato, che sarà ripreso da innumerevoli gruppi che su quel suono quieto ed immobile fonderanno il proprio dna musicale, primi fra tutti gli esponenti del cosiddetto slowcore e del dream pop americano.
Non meno importante si rivela Joni Mitchell, che porta il folk al di fuori dei suoi confini, integrandolo e contaminandolo col jazz: lo strumento che risalta su tutti nei suoi dischi è proprio la voce, specie in dischi come “Blue” (1971) e “Court and Spark” (1974): la sua influenza si rivelerà enorme su tutte le cantautrici dei decenni a seguire e può essere avvertita ancora adesso nei dischi di autrici come Norah Jones e Polly Paulusma.
Più classico nel suono e nelle influenze Gordon Lightfoot, esordiente a 27 anni su “Lightfoot!” con un folk virato country e spesso vicino al soft rock: troverà il successo qualche anno dopo con “Sit Down Young Stranger” (1970), album reso famoso dal successo di “If you Could Read my Mind”, e che propone tra l’altro la prima cover di quella “Me and Bobby Mc Gee” che sarà resa famosa di lì a poco da Janis Joplin .
Dall’altra parte dell’Atlantico provenivano invece John Martyn e Cat Stevens.
Il primo, impegnato ad espandere il registro del folk integrandolo con blues, rock, jazz, musica mediorientale, sudamericana e giamaicana raggiunge il capolavoro con “Solid Air” (1973), disco spesso associato alla contemporanea scena progressive, una delle massime espressioni del suo melting-pot musicale.
Più tradizionale la figura di Cat Stevens: filosofico e misticheggiante, è autore di un folk pop di presa immediata che fa dei suoi dischi, in particolare “Tea for the Tillerman” (1970), piccoli gioielli del genere come la celebre parabola di “Father and Son” e la sconsolata “Wild World” stanno brillantemente a testimoniare. (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Carl De Keyzer

Nato in Belgio nel 1958, Carl De Keyzer è uno dei più interessanti e originali fotografi affermatisi negli ultimi anni Ottanta.
Comincia la sua carriera come fotografo freelance nel 1982 mentre già insegna all’Accademia Reale di Belle Arti di Ghent (1982 – 89). Nello stesso periodo, il suo interesse per la fotografia lo porta a creare e a dirigere insieme ad altri la Galleria XYZ-Photography.
Nel 1990 entra a Magnum Photos come nominee e ne diventa membro effettivo nel 1994. Dal 1995 insegna all’Istituto Superiore di Arte di Anversa.
Predilige i progetti di ampio respiro che compone in una serie di foto collegate una all’altra. Come un esploratore del diciannovesimo secolo, munito però di un’attrezzatura più moderna, costruisce un insieme articolato di scene e immagini spesso legate ai testi estratti dai suoi stessi diari di viaggio.
La sua peculiarità è riuscire a cogliere quei meccanismi del vivere comune o quei luoghi simbolo del nostro tempo: l’India, la fine del “sistema” sovietico, la vita all’interno di una prigione siberiana dopo la caduta dell’URSS, l’Europa contemporanea e, più recentemen-te, le dinamiche di potere e politica nel mondo contemporaneo, viste in una serie di “Tableaux” in cui la dimensione gigante sottolinea il valore di affresco simbolico.
De Keyzer ha esposto in diverse mostre in musei e gallerie europee e americane. Per il suo lavoro ha ricevuto una serie di importanti riconoscimenti tra cui il premio per il miglior libro al Festival di Arles, il Premio W. Eugene Smith Award (1990) e il premio Kodak (1992).
Ha pubblicato vari libri, tra cui Oogspanning (1984); India (1987); Homo Sovieticus (1989); USSR-1989-CCCP (1989); God, Inc. (1991); East of Eden (1996); Tableaux d’Histoire (1997); Europa (2000); Zona (2003).

Il SitoMagnum PhotosInternational Center of Photography

OpenNotas

Applicazione gratuita per registrare appunti personali

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Charles Earland

Charles Earland soprannominato: “The Mighty Burner”, per la sua intensità sul palco è nato il 24 maggio del 1941 a Philadelphia in Pennsylvania ed è morto l’11 dicembre del 1999 a Kansas City nel Missouri. E’ stato un brillante organista jazz e soul-jazz, noto per il suo stile energico, groove potente e l’uso espressivo dell’organo Hammond B-3. È stato uno degli eredi più creativi della tradizione di Jimmy Smith, che ha saputo portare nel soul e nel funk degli anni ’70.
Inizia come sassofonista contralto, poi passa al tenore suonando con Jimmy McGriff e Grover Washington Jr. Passa all’organo alla fine degli anni ’50, e già nei ’60 si fa notare per uno stile pieno di soul, gospel e groove afroamericano. L’organo esplosivo che passa dallo swing profondo alle sonorità spesso funk. unisce jazz tradizionale, soul, funk, blues, gospel e a tratti psichedelia. Charles Earland fu dorato dal pubblico per la carica fisica delle sue performance dal vivo e resta uno dei più potenti e versatili organisti della storia del jazz moderno, amato tanto dal pubblico quanto dai musicisti.
“Black Talk” – un brano perfetto per capire cosa lo rendeva “The Mighty Burner”.

Yo La Tengo — Murder In The Second Degree (2016)

Nel 2006 usciva una compilation di cover intitolata Yo La Tengo Is Murdering the Classics, in cui la band di Hoboken aveva raccolto una serie di cover suonate dal vivo durante un evento di raccolta fondi per la stazione radio indipendente WFMU. In quell’occasione le canzoni erano a richiesta: gli ascoltatori ne chiedevano una via telefono e la band si cimentava nel suonarla a memoria, con risultati alterni.

Ora, dieci anni più tardi, viene alla luce un secondo lavoro intitolato, appunto, Murder in the Second Degree, una nuova raccolta di cover improvvisate. Oltre alla pregevole copertina, di nuovo opera — veramente dark — di Adrian Tomine, il disco non è da meno. I brani “coverizzati” hanno la pregevole peculiarità di essere tutti “marchiati” Yo La Tengo, un suono, un marchio, una garanzia.

The Third Mind – Right Now! (2025)

Recensioni 2025

The Third Mind con “Right Now!”, sono al loro terzo album. Registrato dal vivo in quattro giorni nei Sound Recording Studio di Los Angeles. “Right Now!” è una combinazione di istinto e improvvisazione da parte di musicisti esperti che si incontrano in tempo reale per trovare le canzoni man mano che procedono. “Tutto in questo disco è intuitivo”, afferma il co-fondatore di The Third Mind Dave Alvin. “Siamo cinque musicisti che camminano su una corda tesa, improvvisando un dialogo tra loro”. 
Come i suoi predecessori, “Right Now!” attinge ampiamente al repertorio degli anni ’60, rielaborando classici come “Shake Sugaree” di Elizabeth Cotten, filtrati attraverso la versione del 1966 di Fred Neil, e la tradizionale murder ballad “Pretty Polly”, che si colloca a metà strada tra i Grateful Dead e Neil Young & Crazy Horse. 
The Third Mind si attiene ad alcune linee guida fondamentali: presentarsi, non pensarci troppo e abbandonarsi al momento; niente prove, niente arrangiamenti scritti, niente discussioni sull’approccio, solo un elenco di canzoni e tastiere pensate per servire da guida nel viaggio della band verso ovunque lo spirito li porti. 

Ascolta il disco

Appunti Corti #126

Negli ultimi tempi mi capita spesso di vedere sui social post di giovani che, con apparente fierezza, mostrano un’ignoranza profonda su storia e politica recente. Allo stesso tempo, però, esibiscono una sorta di nostalgia per ideali o simboli che non hanno mai davvero conosciuto. Una nostalgia vuota, priva di esperienza e comprensione.
Questa tendenza mi fa riflettere su come il confronto politico tra destra e sinistra si sia trasformato. Il terreno dello scontro non è più l’economia: da decenni la sinistra ha abbandonato quella battaglia, accettando senza reagire il predominio del neoliberismo iniziato negli anni ’80 con Reagan e Thatcher. La logica del profitto privato e delle perdite pubbliche è diventata normale, la corruzione è sistemica e la concorrenza è solo un’illusione. Dopo la crisi del 2009, quel fronte è stato chiuso, sconfitto e dimenticato.
Oggi, lo scontro si è spostato su temi sociali e culturali. La destra non parla più di economia, ma si concentra su diritti civili, sessualità, alimentazione, ecologia… in una guerra simbolica dove ogni scelta è una reazione all’altra parte. Se la sinistra promuove una causa, la destra la combatte a prescindere. Non c’è più un progetto: solo provocazione, solo contrapposizione.
Questo arretramento culturale su libertà e diritti dovrebbe preoccupare tutti. E forse, in modo confuso, anche chi dice di rimpiangere “Silvio” lo percepisce: almeno in quel periodo, pur con tutti i suoi limiti, la politica conservatrice non metteva apertamente in discussione le libertà fondamentali.

Jimmy Smith

James Oscar Smith è nato l’8 dicembre del 1925 a Norristown, Pennsylvania, USA
E’ stato uno dei più grandi organisti della storia del jazz, celebre per aver portato l’organo Hammond B-3 al centro della scena jazzistica e per aver influenzato generazioni di musicisti nei generi jazz, blues, soul e funk. Jimmy Smith è noto per aver rivoluzionato l’uso dell’organo Hammond, combinando: tecnica virtuosistica, groove irresistibile, swing tipico del bebop e influenze blues e gospel. Utilizzava il pedale dell’organo per le linee di basso, creando l’effetto di un trio completo (basso, armonia, melodia).
Ha collaborato con: Wes Montgomery, Stanley Turrentine, Quincy Jones, George Benson e Kenny Burrell.
Considerato il padre dell’organo jazz moderno. Jimmy Smith ha inciso oltre 100 album, principalmente per la Blue Note Records e poi per Verve Records. Ha portato un suono nuovo, coinvolgente, danzante, e ha reso l’organo Hammond uno strumento di culto nel jazz e oltre.
E’ morto l’8 febbraio del 2005 a Scottsdale, Arizona, USA.