Distanze

Ogni tanto si sparisce,
non si riesce a fingere
di essere felici.


Come il sole,
si prendono le distanze
dalle stelle.


Si finisce per brillare,
dove nessun occhio
a modo di guardare.

Ci si allontana
gettandosi nel gelo
delle nostre solitudini.

Io e le foto #4/6

Dopo un periodo durato una quindicina d’anni con la macchina fotografica manuale, sono passato a quella automatica digitale e a onor del vero non ho avuto la stessa soddisfazione. Non perché mi sentissi imbranato o perché non sapessi usare la macchina ma probabilmente perché ancora “mentalmente” radicato con la manuale.
Fatto sta che, se con quella manuale ho scattato centinaia e centinaia di diapositive che ancora religiosamente conservo, con le digitali, si perché ne ho avute più di una, ne ho salvate un quarto e neanche tanto soddisfacenti.
La foto è un mio classico Still Life. (continua)

Tim Buckley

Nato a Washington nel 1947, vive a New York e, all’età di quindici anni, va sulla costa occidentale, con Woody Guthrie nella mente e la voglia di diventare un folk singer, vero. Dal ’63 frequenta da musicista (chitarra – voce) i circuiti folk di Los Angels e della Bay Area. Nei testi, viene coadiuvato dall’ex compagno di scuola Larry Beckett. Al Troubador di Los Angels trova l’ambiente a lui ideale, stende i primi pezzi personali e poi i capolavori. Negli anni ’70 partecipa a numerosi film, interpreta una commedia di Satre, No Exit e scrive il soggetto della pellicola Fully Airconditioned Inside, mai girata. Nel 1975 muore per una overdose di morfina ed eroina.

Come ogni folk singer, egli penetra le cause della disfatta e le denuncia a piena voce, è il 1966 e Buckley strappa alla Elektra l’album d’esordio, smette di credere alla “rivoluzione psichedelica” sfruttata ed inglobata per intero. Si avverte aria di disillusione per la scena contemporanea.
Buckely non ha bisogno del compromesso, anche sottile, per veder pubblicata la propria opera, lascia agli altri l’idea di poter cambiare. E’ solo e rassegnato fino alla desolazione.

Salva il coraggio di tentare una nuova musica, ‘Happy Sad‘ parla di “solitudine risolutrice” viene ‘Goodbye & Hello‘ ed alle prime battute Buckley perde fiducia nell’uomo, nella sua azione e resta il più bel frammento di quegli anni, una Hallucinations venuta “a metà fra il sonno e la veglia”. Buckley è vicino alla voce dello strumento, tocca la stasi e la consapevolezza. Per un attimo.

Lorca si ferma nella novità e svolge tracce complesse ed interiori.

Bob Dylan sente che l’LSD può portare troppo avanti e canta “c’è troppa confusione” fra le linee di ‘All along the Watchtower‘.
Buckley si rifiuta di accettare la realtà, poi s’immerge nel passato e vive come vivrà il Nick Drake di Pink Moon, fra pensieri rarefatti e rivelazioni istantanee che danno a lui la forza di continuare. E sfiora la morte, per inedia.

Blue Afternoon e Starsailor raccolgono quei sussulti e quegli sbocchi emotivi, tracciano il confronto passato-presente, descrivono a pieni tratti la sua sofferenza. Così Buckley insegue i rari attimi in cui riesce ad esser cosciente. C’è tristezza. “Ho l’angoscia che quegli attimi non possano ripetersi, e li afferro ogni volta come fossero gli ultimi”.

Invece si fanno sempre più personali, intimi, difficili da comunicare. Tradurli in musica diventa operazione ambiziosissima, e per la prima volta Buckley viene conosciuto da vero artista, in America, in Francia, altrove. La sua ricerca tocca ogni spunto, ma in breve egli capisce di muoversi ad esperienze troppo introverse ed i boss della Reprise-Discreet se ne approfittano, guidano la sua confusione e Greetings From L.A.SefroniaLook at the Fool che mantengono un terzo delle sue capacità. Con Dolphins, l’omonima Look at the Fool, è l’uomo a farsi perdonare. Rabbia e remissione si confondano a ritmi semplici, nelle ultime prove. Vuol essere ben accetto alla gente comune.

Look at the Fool è passo superato, e la sua voce stava dilatando le favole di Lorca, stava provando a seguire i mezzi elettronici. Certo, Buckley tanto ha fatto da riuscire il più arduo folk singer di tutti i ’60. Sulla via dell’alcol e peggio, era stanco. Ma solo chi non lo conosceva poteva dirlo finito.

Il sole fa capolino

Alba, pomeriggio e tramonto accomunati da il sole che fa capolino. I raggi nascosti dietro a degli alberi o degli arbusti creano un effetto visivo assi suggestivo, un ‘vedo non vedo’, un alone poeticamente mistico.

Connor Oberst — Omonimo (2008)

Connor Oberst cantautore del Nebraska altro non è che “Bright Eyes” (Occhi Brillanti) classe 1980. Nel 1993 all’età di tredici anni pubblica il suo primo disco, ne seguiranno altri due e, parte delle loro canzoni verranno pubblicate in una raccolta “A Collection Of Songs Recorded 1994 -1997”. Nel 2007 pubblica ”Cassadaga” che per certi versi è il disco che lo farà conoscere al grande pubblico.

Per questo ultimo disco usa il suo vero nome Conor Oberst e abbandona il suo pseudonimo di Bright Eyes. Il cantautore ventottenne sta maturando, lo si sente dalle canzoni che scrive, il suo talento per quanto non “rivoluzionario” riesce a sfornare brani intensi che dimostrano una crescita sia come autore che come cantante. Per inquadrare musicalmente Conors lo possiamo inserire tra i tag con l’etichetta “cantautorato”, in certi sprazzi si riconosce la presenza Dylaniana, in altri quella del più recente Tom Petty.

I brani sono scarni e diretti, Oberest crea una musicalità con una notevole suggestione e con dei testi profondi. Non lascia indifferenti quindi, questa sua ultima fatica discografica, il ragazzo ha della “stoffa” e riesce per l’ennesima volta a sorprendere.

Io e le foto #3/6

Una cosa che non riesco a scollarmi, provocando simpatiche ilarità, è che ancora adesso non riesco a “pensare” che non ho più una macchina manuale ma un “oggetto” che mi permetterebbe di scattare molte più foto dello scatto singolo. Ancora adesso non riesco a scattare “a caso velocemente” ma devo studiare e inquadrare, come avessi una sola possibilità. Come quando si inseriva il rullino 12/24 o 36 pose e si doveva centellinare ogni scatto per non sprecarlo.
La foto è stata scattata nella primavera scorsa. (continua)

Okkervil River — The Stand Ins (2008)

The Stand Ins, quinto album del gruppo Texano, è la continuazione ideale di “The Stage Names”, disco uscito esattamente un anno fa. E’ come il precedente ne ripercorre più o meno la stessa strada. A cominciare dalla copertina che, non deve prendere in inganno, non appartiene a un gruppo heavymetal, ma ad un gruppo che suona rock, folk, country.

Le canzoni come nel disco precedente (avevano, infatti, preso in considerazione l’ipotesi di un doppio cd), sono dirette e gradevoli, bene arrangiate, ben suonate e mai banali.

“The Stand Ins” è composto da undici brani che regalano alcuni momenti di forte spessore, portandoci su atmosfere a volte fresche, allegre e luminose, a volte tristi e scure, sempre comunque confermate dalla sensibilità e dalla bravura di questi musicisti americani.

Gli Okkervil River con questo disco confermano il fascino per il “classic rock” degli anni ’60 e ’70, i loro brani sono un atto d’amore verso la musica di quegli anni e se qualcuno potrebbe pensare ad una loro “non originalità” musicale, dovrà ricredersi. Ascoltando il disco si percepisce un suono moderno, costruito su ritmi e melodie assolutamente attuali.

Cieli di pianura

I cieli montani sono insuperabili, la limpidezza e la mutazione continua, sono due elementi essenziali che li rendono unici e impareggiabili. Ma non per questo bisogna ignorare quelli della pianura. In certi momenti, prima o dopo fenomeni temporaleschi o cambiamenti meteo primaverili, anche i cieli della pianura ci regalano delle belle visioni.