Femi Kuti — One People One World (2018)

“Spero che questo album porti gioia, amore, pari opportunità, giustizia, pace, comprensione e unione al mondo”. Femi Kuti

A cinque anni da “No Place For My Dream”, e a quasi trenta dalla sua prima pubblicazione “No Cause for Allarm”, Femi Kuti pubblica il suo decimo lavoro “One People One World”, disco composto da dodici tracce.
Il figlio di Fela Kuti, leggenda e pioniere dell’Afrobeat, a differenza della rabbia giusta che ha ispirato quasi tutte le sue precedenti registrazioni, dove mischiava convinzioni combattive sulla libertà e sulla democrazia sociale, è tornato con un disco che genera un messaggio di speranza e riconciliazione.
Femi Kuti è il cuore e l’anima del moderno Afrobeat creato dal padre Fela. L’Afrobeat ha spinto diverse generazioni di musicisti a usare la musica in Nigeria e in tutto il mondo come arma per combattere a favore della giustizia e la libertà. Femi e il suo gruppo, Positive Force, sono in prima linea in questo movimento, espandendo continuamente il vocabolario della musica, aggiungendo note punk e hip-hop al suono, pur mantenendo queste radici tradizionali e il messaggio politico.
Registrato in gran parte a Lagos, in Nigeria, “One People, One World” vede Femi e i Positive Force, tornare alle radici africane della musica. Le note di reggae, highlife, soul, R & B e altri sapori africani, caraibici e afroamericani, compongono un grande mix sonoro, aggiungendo profondità e complessità agli arrangiamenti, senza disturbare il suono caratteristico di Femi:

“Quando ero piccolo, ascoltavo funk, highlife, jazz, canzoni folk, musica classica e composizioni di mio padre, quindi senti queste cose nella musica, ma tutto in questo album viene rigorosamente dal mio cuore e dalla mia anima. Come l’Africa stessa, Afrobeat ha infinite possibilità nella sua struttura. Mentre suoniamo dal vivo a Shrine, le canzoni si evolvono, assorbendo l’energia del pubblico. È come dipingere, con i colori cangianti e le tonalità dei ballerini che colorano la musica. Quando stiamo registrando in studio, si sentono tutte queste influenze e si muovono insieme.”

In questo disco, le radici del ritmo, nella sua forma rituale più ancestrale ed esoterica, affondano nel cuore del continente africano, ed è indubbio che dall’Africa si siano diffuse in tutti i continenti grazie alla presenza di figure carismatiche come Fela Kuti prima, rivoluzionario poli-strumentista nigeriano, che ha contribuito alla nascita di un vero e proprio genere, l’Afrobeat, e Femi Kuti poi, che, mischiando elementi della tradizione yoroba a sonorità più vicine al funk ed al jazz, tradizione del popolo africano, hanno saputo amplificare gli echi di quel battito primordiale.

Appunti Corti #127

Devo dirlo o rischio di scoppiare: provo un disgusto profondo verso certi personaggi che si pavoneggiano sui social come se sapessero tutto, mentre nella realtà sembrano inconsapevoli come insetti attratti dalla luce di una trappola.
Provo rabbia, lo ammetto, e mi sento anche in colpa per questo. Perché credo nella libertà, anche per chi la usa male o parla solo per impulso, senza pensiero. Eppure, ogni volta che li ascolto proclamare con arroganza la propria ignoranza, una parte di me vorrebbe scuoterli con forza, come se servisse a svegliarli.
Il peggio è che questi atteggiamenti non sono solo irritanti: sono pericolosi. Perché un regime non arriva più coi carri armati: basta l’indifferenza, la divisione, l’egoismo e la rabbia mal direzionata. E noi ci stiamo cadendo dentro, passo dopo passo, mentre loro ridono.
Il senso di colpa nasce proprio da qui: sapere che vanno difesi anche loro, anche se stanno contribuendo — inconsapevolmente — a distruggere lo spazio in cui quella stessa libertà può esistere.

Dwight Dickerson

Lowell “Dwight” Dickerson è nato il 26 dicembre 1944 a Los Angeles in California è un pianista e tastierista jazz, attivo dalle fine degli anni ’60. Cresciuto nella scena jazz di Los Angeles, ha suonato già alla fine degli anni ’60 con artisti come Bola Sete, Gene Ammons, Red Holloway e Tootie Heath. Tra i più collaborativi: Leroy Vinnegar, Bobby Hutcherson, Henry Franklin, Anita O’Day, Nick Brignola e diversi altri.
Dwight Dickerson trasita dal hard bop al soul jazz e al post‑bop, con influenze da McCoy Tyner, Horace Silver, Bud Powell, Kenny Barron con uno stile calibrato, melodico, con groove deciso e coloriture moderne.
Ha vissuto circa 10 anni a Dubai, lavorando in ambito accademico alla University of Dubai, poi tornato a New York dove ha aperto il Cassandra’s Jazz Club & Gallery ad Harlem, diventandone pianista residente.

Bob Dylan: i suoi album #10

Self Portrait (1970)

Anche a risentirlo oggi, con orecchie meno maliziose di quando si cercava di cogliere in fallo Dylan senza però mai riuscirci, questo doppio album sembra la cosa più brutta che abbia mai inciso. Strutturato male, suonato male, editato male. Self Portrait è un guazzabuglio di idee confuse, dove il country ha la meglio ma dove ci sono anche cose “strane” come quell’iniziale finto-gospel mischiato a degli archi dove di Bob non si nota neanche la presenza, o quello strumentale verso la chiusura (Wigwam, unico singolo e forse a conti fatti la cosa più interessante dell’album) dove sembra quasi di sentire i Calexico 30 anni prima. Insomma, un’accozzaglia di pezzi suoi (pochi) e di altri (tanti), mischiata a brani del suo repertorio dal vivo che sembra Dylan abbia fatto apposta a scegliere nelle versioni più brutte (tutte registrati all’isola di Wight). Un po come se il songwriter si fosse divertito a spiazzare il pubblico. Del resto, se stiamo alle sue parole, ne abbiamo una conferma: “Woodstock cambiò tutto”, spiegò in seguito, “ogni giorno sembrava ci fosse una folla di invasati alla mia porta e fu allora che decisi di mandarli a farsi fottere. Avrei voluto che questa gente si scordasse di me. Volevo fare qualcosa che non gli potesse piacere in nessun modo, qualcosa con cui non potessero immedesi-marsi”. E aggiunse: “Stavo vivendo una specie di tormento interiore. Tutto mi sembrava bello e così feci un album doppio dove buttavo sul muro qualsiasi pensiero mi venisse in mente e tutto quello che ci rimaneva appiccicato lo incidevo, poi tornavo indietro e incidevo pure quello che non si era appiccicato”. E questa teoria del “lo famo strano” è confermata anche dal volume delle Bootleg Series dedicato al periodo, dove appaiono brani lasciati fuori nonostante fossero molto più belli di quelli apparsi sul disco. A ulteriore conferma, poi, di questo spirito di puro divertissement c’è la lista dei passanti, musicisti e non, coinvolti nelle session. Ovviamente The Band al completo, poi Al Kooper, David Bromberg e Charlie Daniels, tra i più famosi in mezzo a un altro centinaio di comprimari. Analizzando poi la scelta delle cover, salta all’occhio che ai soliti traditional si accostano ben 3 canzoni cantate da Elvis (tra cui una versione di Blue Moon veramente da dimenticare), la bellissima Early Morning Rain di Gordon Lightfoot (uno che, prima o poi, se c’è giustizia, verrà riva-lutato) che insieme al singolo è uno dei pochi passaggi che dimostrano che quando Dylan ci si mette non ce n’è per nessuno. Poi ci sono gli Everly Brothers e i loro discepoli Si-mon & Garfunkel (una non riuscita versione del capolavoro The Boxer). Insomma, se fino a qui Dylan aveva fatto dischi con un senso, SELF PORTRAIT sembra non averne. E con quella voce da cowboy che aveva iniziato a sviluppare già nel disco precedente e che qui lo rende spesso irriconoscibile, il nostro amato artista rifugge anche dall’impegno che aveva sempre dimostrato e che lo aveva indotto a disegnare dei personaggi leggendari. Qui, l’unico disegno riuscito è l’autoritratto della copertina: tanti anni dopo Greil Marcus, anche un’altra coppia di critici (Jimmy Guterman e Owen O’Donnell) ci andrà pesantissimo, sentenziando che se lo scioglimento dei Beatles (avvenuta poco tempo prima dell’uscita di questo disco) aveva significato la fine degli anni 60, SELF PORTRAIT significò la fine di Dylan. Con l’intento di mandare al diavolo i suoi fan, Bob riuscì a mandarci soltanto la critica, visto che l’album, inaspet-tatamente, ebbe anche successo.
Scommettiamo, però, che anche il più fervido dei suoi ammiratori, in quasi 50 anni, lo abbia messo su quelle poche volte sufficienti a tentare di cambiare idea sul suo effettivo valore. Probabilmente, senza riuscirci.

Festività

Le festività natalizie e il Capodanno sono momenti di gioia e riflessione, ma spesso diventano una scena di ipocrisia. Il Natale, che una volta era una celebrazione religiosa, è ora dominato dal consumismo. Durante le settimane prima del 25 dicembre, si sente la pressione di comprare regali e decorazioni, con famiglie che si indebitano per dimostrare affetto attraverso oggetti materiali. Questo spirito di consumismo fa perdere di vista il vero significato di connessione umana. Anche le riunioni familiari, che dovrebbero essere un momento di gioia, spesso sono segnate da tensioni e falsi sorrisi. Il Capodanno, invece, è una celebrazione di illusioni, dove ci si promette cambiamenti e felicità, ma spesso si rimane delusi. Le feste diventano occasioni per mostrare una facciata di felicità, mentre si affrontano aspettative irrealistiche. La vera magia dei festeggiamenti sta nella connessione autentica con le persone e nella ricerca di pace interiore. Il regalo migliore è vivere questi momenti con sincerità, riportando significato a Natale e Capodanno, lontano dall’ipocrisia attuale.

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Tom Albert

Tom Albert, nome completo Thomas Albert, soprannominato “Kid Albert” è nato il 23 dicembre del 1877 a Belle Chasse in Louisiana (poi cresciuto ad Algiers, New Orleans) ed è morto il 12 dicembre 1969. Polistrumentista: suonava chitarra, violino, cornetta (tromba), iniziò lavorando con violinisti come Johnny Gould e clarinettisti come Louis Nelson Delisle. Dal 1909 (alcune fonti dicono 1908) guidò le proprie formazioni. Nel 1920 fu co-fondatore della celebre Eureka Brass Band. La sua “Kid Albert Band” fu attiva per decenni, particolarmente a Algiers, Storyville e Treme. Suonò con figure storiche come Papa Celestin, Kid Howard, George Lewis, Louis Armstrong e altri. La Algiers Brass Band, di cui fu membro, è una delle brass band più importanti di New Orleans.
Tom “Kid” Albert è considerato un pioniere del jazz tradizionale di New Orleans. Con la sua Eureka Brass Band e le numerose performance nella comunità di Algiers, ha contribuito a plasmare il suono delle brass band storiche della città.

It’s All Too Much – The Beatles (1969)

C’è un brano dei Beatles, Its All Too Much a firma George Harrison, che meriterebbe il podio o almeno la presenza nelle top five dei migliori brani dell’era psichedelica. E invece, rispetto ad altri classici beatlesiani, è considerato un pezzo minore, dimenticato dalla stragrande maggioranza dei consumatori di memorabilia dei Fab Four, relegato alla colonna sonora di Yellow Submarine che spesso persino i compilatori non inseriscono nemmeno nella discografia ufficiale della band. Invece Its All Too Much è un brano incredibile, musicalmente e concettualmente parlando, uno dei grandi capolavori di George Harrison e uno dei pezzi chiave della fase psichedelica dei Beatles. Il pezzo fotografa pertettamente l’atmosfera del 1967, l’anno in cui fu scritto e poi inciso dai Beatles, a maggio, poche settimane dopo la fine della lavorazione di Sgt. Pepper, e per questo non entrato nello storico album dei quattro. Il brano è apertamente una celebrazione dell’esperienza psichedelica di Harrison, è ideologicamente immerso nel Power power, nelle possibilità di ampliare il campo della coscienza, nell’amore universale, ma è la sua straordinaria musicalità a essere ancora oggi fantastica. Con il suono dell’Hammond che richiama la musica indiana, le chitarre distorte, la sezione di fiati che fa da contrappunto ben prima di quello che accadrà in All You Need Is Love, è un brano di straordinaria originalità. La registrazione avvenne il 25 maggio del 1967 negli studi De Lane Lea a Soho, usati da molti musicisti dell’epoca, Hendrix in particolare, ma non molto dai Beatles. George Martin non era presente alle session, il che vuol dire che la band fece quasi tutto da sola, registrando quattro tracce base in cui Harrison suonava Hammond e chitarra, McCartney il basso, Lennon la chitarra e Ringo la batteria, alle quali aggiunsero con molte sovraincisioni, effetti, sorprese, il classico battito delle mani e molte altre percussioni. Le session, secondo i testimoni dell’epoca, furono caotiche e divertite, nello spirito che aveva portato la band a registrare Sgt. Pepper.

Asterisco *47

Ogni tanto qualcosa dentro si ferma e il pensiero torna ai luoghi della memoria. Tornano piccoli flash di tutte le cose che ho vissuto, i posti che ho visitato, i panorami, i musei, i libri che ho letto, la musica e tutta la bellezza che ho cercato, o che ho trovato per caso. Per il valore di queste cose provo un grande senso di gratitudine. Anche il dolore e le delusioni hanno contribuito a farmi capire che se sai interiorizzare la grazia e la bellezza, la vita vale il doppio.