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l Buddambulo #2

Se il mio essere marxista apparteneva a un passato e neanche tanto recente, dove la religione era l’oppio dei popoli, le due “a” invece: agnostico e antireligioso, erano ancora presenti.
Più passava il tempo, più il Buddismo lo sentivo nelle mie “corde” e più mi apparteneva. Agnostico lo ero ancora ma presto lo avrei messo in discussione (lo vedremo più avanti), mentre antireligioso lo ero e lo sarei rimasto ancora.

Se a “religione” attribuiamo il significato di “legarsi” (dal latino “religo”) a un Dio trascendentale, allora senz’altro il Buddismo non è una religione. Il Budda, infatti, non è una divinità, e l’azione spirituale del Buddista è volta a manifestare il potenziale “illuminato” presente dentro la sua esistenza.
Il Buddismo è soprattutto una via spirituale, un’esperienza mistica nella quale l’essere umano realizza se stesso “da solo”, con le sue forze e senza alcun aiuto esterno. Questo percorso è caratterizzato da “benevolenza” o “compassione”, cioè da un interesse attivo per gli altri, per l’ambiente e per la società, dal sentirsi parte di un legame profondo e inscindibile che unisce tra loro tutti gli esseri viventi e l’universo.

E’ grazie a questa grande e profonda differenza con le religioni monoteiste dove si ha fede in una sola divinità identificata (Dio per esempio), che sentivo l’appartenenza, la vicinanza e la profondità del Buddismo e la consapevolezza che non l’avrei mai abbandonato.
Da quella prima riunione nel lontano 1999, non ho più smesso di essere, di sentirmi Buddista. Ci sono stati dai momenti di crisi, dei momenti “down” ma mai nei confronti della pratica Buddista, ma solo ed esclusivamente con dei “modi” e/o con delle “persone” come è normale che sia.

Anzi più il tempo passa più mi rendo conto di quanto sia importante l’umanesimo Buddista. Quanto sia interconnessa la nostra vita con la natura, con il mondo, con l’universo.
Sempre più mi sono reso conto e continuo ad esserlo, della “non dualità” tra noi e la fauna, tra noi e la flora, tra noi è l’essere umano qualunque esso sia. Se ci si rende conto che facciamo parte di un tutt’uno, che non può esistere l’altro senza di noi e viceversa, che è attraverso le nostre scelte, le nostre azioni che possiamo cambiare le sorti del mondo, allora si ha capito cosa sia il Buddismo.

«La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità» (Daisaku Ikeda, RU, IV)

Cercherò, nei prossimi post, di dare il mio piccolo contributo sulla conoscenza di questa filosofia di vita, cercando, vista la grande vastità di contenuti, di dare spazio essenzialmente ai principi basilari. (Continua)

Steve Earle — I’ll Never Get Out of This World Alive (2011)

Ognuno ha il suo ‘metro’ per valutare un disco, ognuno lo può ‘criticare’ attraverso le sue priorità. Personalmente uso sempre questo mio teorema: “La somma di quante volte un cd suona nel tuo lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco ti piace”. Al di là quindi di ogni razionale ricerca sonora, quello che conta, alla fine, riguarda una più semplice questione di ‘pelle’ o meglio di ‘udito’.

In base al suddetto teorema, ‘I’ll Never Get Out of This World Alive’ è l’album più ascoltato in questo primo quadrimestre del 2011 e per un semplice motivo: è bello!

Non ci si aspetti niente di straordinario, sia chiaro, nessuna rivoluzione sonora, anzi, il contrario. Folk, Country e simili, sono i generi suonati, e, sarà la produzione di T-Bone Burnette, sarà il momento felice di Steve, il disco suona bene, ha grande carisma, ed è un piacere ascoltarlo.

Non si può certamente dire che Earle abbia avuto una vita monotona: sposato sette volte e con figli, attività politica, sostanze stupefacenti, carcere, disintossicazione, ecc. ecc. (Wikipedia), circostanze che hanno segnato profondamente la sua vita, ora sembra si sia ‘tranquillizzato’ e nel disco questa sensazione è palpabile.

Non ci sono cadute di tono nelle undici canzoni che formano i quaranta minuti di musica. Ballate folk elettriche ed acustiche, echi rock e blues, sentori popolari, tradizionali e ricordi ‘Guthriani’ sono gli elementi sonori del disco. Poi le liriche, la voce e la passione di Steve fanno di questo I’ll Never Get… un disco godibile e affascinante.

Un gioiellino quindi, probabilmente uno dei suoi più belli.

Artefatti di Internet #1

Con tutte le critiche che si possono fare, sempre e solo a causa dell’ignoranza, dell’ottusità, dell’invidia e della cattiveria umana, il valore che Internet ha avuto e continua ad avere è sicuramente superiore alla sua negatività. Anche il semplice fatto che mi stai leggendo, e quindi i blog e tutti i servizi di condivisione, esistono grazie a Internet e al web.
Non possiamo quindi che ringraziare questo servizio che ha rivoluzionato parte della nostra quotidianità.
A tal proposito pubblicherò dei piccolissimi post sugli “Artefatti di Internet”, rigorosamente in ordine cronologico, partendo dal 1977 fino ad arrivare al 2007, i primi trent’anni dove tutto è nato o meglio dove sono stati costruiti i pilastri, le fondamenta e tutto quello che poi sarebbe diventata la forma di comunicazione più importante al mondo. Dopo questi primi trent’anni i servizi offerti dalle varie piattaforme, in primis i “social”, se da un lato hanno aperto l’utilizzo a un grandissimo bacino di utenza, nello stesso tempo hanno appiattito un po’ la “rivoluzione” finora creata.
Ora c’è l’AI, l’Intelligenza Artificiale, e questo è un altro discorso… (continua…)

L’ umanità è una

Non esiste solo l’antisemitismo. E’ questo l’errore, marchiano, che la stampa e i social media stanno, al solito, veicolando. La questione Palestinese non è abbassabile ad un mero sdegno nei confronti di un popolo che ha subito l’odio più profondo e la persecuzione più sanguinosa della storia. Rimangono due binari separati e anche piuttosto nettamente. L’intrico eterno, purtroppo, del Medio Oriente merita un’attenzione così profonda che ridurre il tutto a questo non fa che portare confusione nella confusione.

Sarà banale, ma mai come dall’avvento delle Rete quasi ogni argomento è divenuto solo un chiassoso contrapporsi di urla, insulti e denigrazione. Complici per primo politicanti, mozzaorecchie e giornalisti proni che danno alle “menti semplici” (*) l’opportunità di mostrarsi, pavoneggiarsi sulle vicende mondiali. Quelle altrui ed intricate sono le migliori. Qui nessuno ha nulla da insegnare, se non i fatti, che sempre dovrebbero essere edulcorati dalle opinioni personali. I diritti umani sopra ogni cosa andrebbero incorniciati nella maniera più corretta e neutra possibile.

L’ umanità è una, con tutte le variabili infinite della singola persona, del pensiero proprio ed unico di ognuno. Naturalmente la formazione e la cultura fanno la differenza, così come -purtroppo- i credo religiosi, l’ambiente circostante, tutto. Proprio per questo, dal 1948, non esiste solo lo Stato di Israele, ma anche la Palestina. Anzi, prima di Israele era la Palestina.

La via più semplice sarebbe il silenzio, ma chi ha voglia di tacere? Io (noi) per primo trovo le scorciatoie per veicolare il “mio” pensiero, che non può mai essere così arrogante da credere di essere quello corretto, quello che scopre una verità che nessuno ha in tasca. Tutti colpevoli? In un certo senso sì, ma anche con il diritto inviolabile di esprimersi. Un’espressione che dovrebbe far crescere, portare all’approfondimento, al confronto. Un’utopia disdegnata per la vacuità dell’esposizione, del riscontro, dei pollici all’insù.

Per cui no e no. Non c’è solo l’antisemitismo. C’è anche l’anti mussulmano, l’anti cristiano, l’anti ragionamento, l’anti intelligenza, l’anti umanità in senso lato. Tutto un universo di incomprensione e odio che conduce all’unico risultato di fare dell’unico mondo che abbiamo un disastro di eccellente auto distruzione. Con il benestare di coloro che, in un anfratto della loro testa, pensano di essere immortali, evidentemente. La storia non insegna, perchè non si ascolta, non si legge: si vuole cambiarla per la propria opportunità, per un fine supremo volatile come il pensiero univoco.

Il singolo esiste come parte di una comunità globale. Abbastanza lineare da esprimere, quasi impossibile da capire.

(*) “The Jean Genie”, David Bowie, 1973.

Georgia O’Keeffe

Pink and Green Mountains

Sorvolando sulla biografia di Georgia O’Keeffe di cui potete trovare molte informazioni in rete, ho preferito soffermarmi solo sulle sue grandiose rappresentazioni della natura.
Fiori visti da molto vicino, riprodotti con una minuziosa attenzione ai dettagli è la sua peculiarità, ed è un’attenzione che mi trova molto vicino alla sua sensibilità in quanto anch’io amo queste inquadrature con la mia fotografia.

Ai fiori, che potete avere una piccola selezione in questo sito, ho preferito postare questi quattro dipinti.

Pink and Green Mountains, No. II

Nelle prime due straordinarie opere che portano il nome di Pink and Green Mountains, Georgia O’Keeffe ammalia gli osservatoti/spettatori, portandoli in un affascinante viaggio in un mondo di montagne rosa e verdi. Queste opere d’arte presentano un’accattivante miscela di colori, dove il rosa tenue (nella primo dipinto) si fonde armoniosamente con il verde naturale in modo seducente. La seconda opera si distingue per i suoi dettagli intricati e le dimensioni sbalorditive, permettendo di sentire la profondità delle valli, l’altezza delle cime delle montagne e la bellezza del terreno. Con Pink and Green Mountains, Georgia O’Keeffe incarna lo spirito incantevole delle montagne e la bellezza maestosa della natura.

Music, Pink and Blue

Nelle seconde due opere la O’Keeffe tocca un altro tasto a me molto caro: la musica. Per molti artisti d’avanguardia all’inizio del XX secolo, la musica ha offerto un modello per esprimere stati e sensazioni emotive non verbali. Georgia O’Keeffe era affascinata da quella che chiamava “l’idea che la musica potesse essere tradotta in qualcosa per l’occhio”. I suoi riferimenti alla musica nei titoli dei suoi dipinti derivavano dalla convinzione che l’arte visiva, come la musica, potesse trasmettere emozioni potenti indipendenti dal soggetto rappresentativo. In Music, Pink and Blue, le forme gonfie e ondulate implicano una connessione tra il visivo e l’uditivo, suggerendo anche i ritmi e le armonie che O’Keeffe percepiva in natura.

Music, Pink and Blue No. 2

Rete

Questa foto, come tante altre, non ha bisogno di descrizione, nasce così per caso. Si passeggia per un parco all’ora del tramonto e una vecchia rete, quasi arrugginita, è li ad aspettarti…

The Band & Robbie Robertson

The Band – Una sola formazione merita l’appellativo di “band più importante della musica americana degli anni Settanta” ed è stata quella di R. Robertson, R. Danko, L. Helm, G. Hudson e R. Manuel, ovvero la Band, il massimo riconoscimento al più nobile artigianato della musica. Tra il 1958 e il 1963 la Band entrò nella storia del rock suonando alle spalle di un Bob Dylan alla ricerca dell’elettricità.

La Band arrivava da un repertorio forte, ballabile e nero. Dylan portava con sè il proprio repertorio folk e country: l’insieme fu straordinario, dal vivo come in studio (basta riascoltare i Basement Tapes). Prima di Dylan i musicisti del gruppo non componevano le proprie canzoni, dopo l’incontro con il folksinger Manuel, Robertson e Danko iniziarono a mettere mano alle composizioni con risultati eccellenti. E’ con “Music from Big Pink”, del 1968, che la band mostra davvero se stessa al mondo. Il gruppo cantava e suonava come cinque distinte individualità che lavoravano insieme per lo stesso obbiettivo. C’era un suono collettivo ma era fatto da cinque persone differenti, da cinque voci e strumenti che mescolavano insieme folk, blues, gospel, r’n’b, classica e rock’n’roll. Era la musica americana, la storia della musica popolare americana, che veniva celebrata nella maniera più moderna e straordinaria da un gruppo di canadesi (tranne L. Helm) che sembravano conoscere gli Stati Uniti e la loro musica meglio di chiunque altro. Il secondo album, “The Band” del 1969, mostrò una formazione che era riuscita ad affinare ulteriormente le proprie doti compositive; “Stage Fright” del 1970, aggiunse alla già ricca poetica del gruppo il fascino del rock vissuto “on the road”. Gli anni dal 1971 al 1975 li vedono tornare in studio per “Cahoots” (1971), non particolarmente brillante, per un live, “Rock of Ages” (1972) e per una collezione di standard degli anni cinquanta “Moondog Matinee” (1973).

Ma è con Dylan che la Band tocca i suoi vertici, in “Planet Waves” del 1974 e nel travolgente “Before the Flood” del 1975, che i musicisti della Band segneranno con le proprie canzoni e con le proprie performance, sia da soli sia con Dylan, anzi, più da soli che con Dylan, una delle più belle stagioni della musica americana. Con lo straordinario “The Last Waltz” del 1978, firmato da Martin Scorsese, realizzeranno il più bell’epitaffio della loro straordinaria storia musicale.

Robbie Robertson – Dallo scioglimento della band nel 1976, R.R. scelse di allontanarsi dalla canzone e iniziare una collaborazione con Martin Scorsese che lo porterà, negli anni Ottanta, a firmare le colonne sonore di “Raging Bull”, “The King of Comedy” e “The Color of Money” (rispettivamente, “Toro Scatenato”, Re per una Notte” e “Il Colore dei Soldi”. Ma il cinema, nonostante il successo, non era abbastanza. Il ritorno alla canzone, anzi l’esordio come solista, arrivò nel 1987 con la pubblicazione del primo disco “Robbie Robertson”, realizzato con la collaborazione dei vecchi amici Rick Danko e Garth Hudson, ma soprattutto di Daniel Lanois e Peter Gabriel, un album essenziale per comprendere come la canzone americana degli anni Ottanta fosse uno straordinario crogiuolo di esperimenti, commistioni, rimescolamenti. Il disco di Robertson (seguito nel 1991, da “Storyville”, dedicato alla musica di New Orleans e, nel 1994, da “Music for the Native Americans”, un progetto teso al recupero delle sue radici indiane) fu uno dei migliori esempi del rinnovamento del rock, un esperimento riuscito di fusione tra l’eredità degli anni Settanta e le nuove sensibilità della musica nata dopo l’esplosione del punk. Per la prima volta, soprattutto, il rock degli States dedicava in maniera compiuta le proprie energie creative al recupero della musica indiana, l’unica a essere totalmente ignorata dal “melting pop” americano, in conseguenza di un atavico e poco elaborato senso di colpa nei confronti dello sterminio dei primi, originari, abitanti del Nuovo Mondo.

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