Storia della musica: dal blues agli anni duemila #22

22 – Il Glam

Il glam è un fenomeno principalmente inglese che vive non solo sotto il profilo musicale, per molti versi come derivazione del primo rock’n’roll (T. Rex e Bowie) e in misura minore dall’hard rock, ma anche, e soprattutto, sotto quello scenico: costumi, trucco e lustrini servono a costruire identità fittizie e creare un’aura di ambiguità e mistero (?) intorno al cantane, giocando da una parte con abbondanti richiami alla fantascienza (basti pensare alla saga di Bowie-Ziggy Stardust) e dall’altro gioca con l’ambiguità sessuale.
E proprio quest’elemento impedirà al fenomeno di attecchire nell’America puritana, con un’unica eccezione: le New York Rolls di Johnny Thunders, che hanno però un suono completamente diverso, che anticipa quello che di lì a poco verrà definito punk.
L’invenzione del glam va attribuita a Marc Bolan che coi T. rex, già titolari di una serie di dischi folk-rock, nel 1970, prima con l’omonimo “T. Rex” e poi in modo ancor più netto con “Electric Warrior”, del 1971, definisce immaginario e coordinate musicali del genere.
Il 1972, anno in cui i T. Rex escono con “The Slider”, Bowie deflagra con la saga di “Ziggy Stardust” rubando la scena al rivale, riprendendo ed espandendo le idee di Bolan e aggiungendo un senso di teatrale decadenza che gli veniva dagli anni passati nel music hall e una propensione al travestimento che si manifesta fin da “The Man Who Sold the World” (1970).
Nel giro di un paio di album Bowie cambierà nuovamente volto in un tentativo continuo di reinventarsi da zero, un esempio su tutti la cosiddetta trilogia di Berlino cominciata con “Low”(1977) cui seguono “Heroes” e “Lodger” in coppia con quel Brian Eno due anni prima, con “Another Green World”, ha inventato l’ambient, musica dilatata e militata destinata a fare da tappezzeria sonora che diventerà filone importantissimo nei decenni successivi.
Partito comunque anch’esso dal glam, coi Roxy Music dell’esordio omonimo del 1972 e, soprattutto, di “For Your Pleasure”, del 1973: disco che coniuga brillantemente le velleità avanguardistiche di Eno con la concezione più tradizionale del vocalist Brian Ferry, raggiungendo un punto di equilibrio perfetto tra queste due tendenze; il suono del gruppo, influenzato in ugual misura da Velvet Underground e progressive, caso a parte nella scena glam, si rivelerà un’influenza enorme sui gruppi inglesi a venire, specie sulle atmosfere sofisticate e decadenti di molti gruppi synth pop.
Quando nel 1974 esce il “Rocky Horror Picture Show” il fenomeno, all’apice commerciale è ormai sull’orlo di esaurirsi: non travestimenti e trucchi scenografici però, che ricompariranno in altre circostanze, svuotati del tutto o quasi delle allusioni sessuali nelle derivazioni più teatrali del post-punk inglese, nelle mascherate dell’hair metal inglese; i suoni e le provocazioni di Bowie saranno ripresi invece più o meno fedelmente nei tardi anni ’90 da gruppi come Suede, Auteurs e Placebo. (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Elena Ledda

Il 17 maggio 1959 nasce a Selargius, in provincia di Cagliari, la cantante Elena Ledda. Il suo debutto nel mondo dello spettacolo avviene nel 1968 quando, con l’incoscienza dei suoi nove anni sale sul palco in una festa di piazza a Quartucciu, in provincia di Cagliari.
Elena Ledda è una delle più importanti interpreti della musica tradizionale sarda, capace di coniugare radici popolari e ricerca contemporanea.
Negli anni ’80 entra a far parte del gruppo Suonofficina, esperienza fondamentale che la porta a esplorare il patrimonio musicale della Sardegna con un approccio innovativo: recupero della tradizione, ma anche apertura a strumenti e linguaggi moderni.
La sua cifra è un equilibrio raro tra: fedeltà alla lingua sarda (in diverse varianti, come campidanese e logudorese), ricerca timbrica, contaminazioni mediterranee e arrangiamenti raffinati ma rispettosi delle radici.
La sua voce è intensa, profonda, mai folkloristica in senso superficiale: porta con sé la memoria dell’isola, ma con uno sguardo aperto al mondo.
Elena Ledda ha collaborato con numerosi artisti e progetti legati alla world music e alla cultura mediterranea, diventando ambasciatrice della Sardegna in festival internazionali e ha contribuito a ridefinire l’idea stessa di musica popolare sarda: non un reperto museale, ma una lingua viva, capace di attraversare il presente.

Manuali di istruzioni e guide tecniche da scaricare in italiano gratis

Conservare i tanti manuali di istruzione cartacei dei tanti prodotti elettronici che vengono acquistati è sempre piuttosto noioso, senza contare poi che, molto spesso, diventano introvabili proprio nei momenti in cui servono.
Il mondo digitale, fortunatamente, ci viene in soccorso. Esistono infatti veri e propri archivi, biblioteche digitali immense che raccolgono milioni di manuali d’uso in formato PDF, rendendoli accessibili gratuitamente a chiunque. Trovare queste risorse richiede però un metodo, sapendo dove cercare e quali strumenti usare, specialmente quando si cerca la versione in italiano. La strategia vincente è bilanciare la ricerca sulla fonte ufficiale del produttore con l’uso sapiente di questi archivi di terze parti.

Il sito ManualsLib è senza dubbio il riferimento principale in questo settore, vantando una raccolta che supera i nove milioni di file PDF di oltre 140.000 marchi differenti.
Lo stesso approccio è utilizzato da altri archivi, come il molto ampio PDF-MANUALS.com, che si concentra su un catalogo vastissimo di user guides e service manuals (manuali di servizio, essenziali per la riparazione) di migliaia di brand.
ManualsOnline: Si distingue per l’approccio community-driven, dove anche gli utenti possono contribuire caricando le proprie guide, rendendolo potenzialmente utile per prodotti più vecchi o di nicchia.
ManyManuals: Con oltre un milione e mezzo di user guides, questo archivio si concentra molto sui grandi marchi di elettronica ed elettrodomestici. Pur avendo una versione italiana, è sempre consigliabile ricercare nel database internazionale per massimizzare le possibilità di trovare il documento.
Il sito iFixit è noto a livello internazionale non tanto per i manuali d’uso, ma per le sue guide dettagliate, illustrate passo dopo passo con fotografie, su come smontare e riparare praticamente qualsiasi cosa. Non è un archivio di manuali ufficiali, ma un wiki di riparazione collaborativo, che supporta attivamente il movimento del “Right to Repair” (Diritto alla Riparazione).
Un’altra risorsa significativa è Manuals+. Questo archivio offre centinaia di migliaia di manuali, ma il vero vantaggio è il suo Deep Search, che consente di cercare non solo per titolo o modello, ma all’interno del testo dei PDF. Questo è fondamentale per chi ha un problema specifico, ad esempio un codice di errore (spesso l’unica cosa che appare su un display) o il nome di una singola parte che necessita di sostituzione.
ManualeDuso.it: Simile a ManualsLib per l’interfaccia, questo sito si concentra su un catalogo più mirato al mercato italiano. Nonostante la dimensione ridotta, costituisce una chance importante per trovare rapidamente la versione tradotta senza dover ricorrere a servizi di traduzione automatica.
Il portale schede-tecniche.it è un progetto nato a giugno 2015, partendo dall’idea di condividere gratuitamente schede tecniche e manuali d’uso di caldaie, condizionatori, scaldabagni, radiatori, pompe, bruciatori, serramenti, termoventilatori, termoconvettori e altri prodotti per il riscaldamento ed il raffrescamento. L’obiettivo era quello di mettere a disposizione sia del professionista che del privato uno strumento che permettesse di recuperare schede tecniche e/o manuali uso andati perduti o non facilmente reperibili.

(via | navigaweb)

Bob Dylan: i suoi album #18

Hard Rain (1976)

Sotto una pioggia impetuosa, Dylan inventa il capitolo finale della sua cronaca della dissoluzione di un matrimonio.

Registrato il 23 maggio 1976 allo Hughes Stadium di Fort Collins, in Colorado, questo concerto faceva parte della seconda metà del tour Rolling Thunder Revue, che attraversò gli Stati Uniti. L’LP uscì il 13 settembre 1976, la stessa data in cui il concerto fu trasmesso in televisione. Un’ottima opportunità promozionale, quindi, per “Hard Rain”, che tuttavia non fu universalmente acclamato. Sconnesso per alcuni, privo del fascino della prima tappa del tour per altri, questo album dal vivo è davvero diverso da qualsiasi cosa Bob Dylan avesse fatto prima, ma possiede innegabilmente ciò che manca a “Desire”: un tocco di follia. Fin dal brano di apertura, “Maggie’s Farm”, si percepisce che qualcosa di unico sta bollendo in pentola. L’intera band, Dylan incluso, è letteralmente elettrizzante, trascinando l’ascoltatore in un vortice melodico in cui chitarre, pianoforte, batteria e altri strumenti si scontrano in un caos scomposto – in breve, una vera e propria banda di ottoni che produce una gioiosa cacofonia. Ma il risultato è sorprendente. Il gruppo sembra sapere esattamente dove sta andando, senza mai perdere la rotta: “Stuck Inside Of Mobile” ne è un esempio perfetto. La sezione ritmica guida con efficacia il brano, mentre le chitarre si incrociano e si intrecciano in una frenetica sarabanda, spingendo il brano al limite, trasformandolo in un estenuante esercizio virtuosistico. Naturalmente, alcuni momenti di relativa calma punteggiano il tutto, come “One Too Many Morning”, più toccante che mai, la sempre magnifica “Oh Sister” (anche se la voce di Dylan rivela rapidamente i suoi limiti), o “Lay, Lady Lay”, che, pur essendo piuttosto riuscita, non riesce a farci dimenticare la versione da “Before The Flood”. E la macchina riparte, instancabile, più vibrante che mai. Perché ciò che accade durante i cinque minuti e ventotto secondi di “Shelter From The Storm” è a dir poco miracoloso. Bob Dylan non aveva mai cantato così, declamando i suoi testi con raddoppiata convinzione, riscoprendo lo spirito che lo aveva abitato in “Hurricane”, mentre i musicisti scatenano un vero e proprio diluvio di elettricità sull’ascoltatore, permettendo ai loro strumenti di esprimersi appieno. L’energia sprigionata dall’ensemble è fantastica, l’emozione che ne emana è quasi palpabile. E quando il brano finalmente finisce, si rimane sbalorditi da tanto genio creativo, da tanta potenza. Dopo un simile terremoto, “You’re A Big Girl Now” e “I Threw It All Away” sembrano un po’ insipide, ma questa sensazione viene rapidamente eclissata dalle prime note di “Idiot Wind”, il magistrale finale di un album altrettanto straordinario. Si potrebbe dire che tale enfasi non può che significare che siamo in presenza del capolavoro di uno dei maggiori compositori di questo secolo. Non andrei così lontano, per il semplice motivo che “Hard Rain” guadagna in maestria ciò che perde in perfezione. Durante questo concerto, ogni brano sembra sull’orlo del collasso, riuscendo in qualche modo a concludersi in qualcosa di diverso dal caos totale. Questa precarietà non è piaciuta alla maggior parte dei fan, che vedono questo album come un fallimento artistico. Ognuno ha la sua opinione in merito. Paul Williams, ad esempio, critico rock e autore di numerosi libri su Dylan, considera questo album una delle opere più importanti create dall’uomo. Credo che questo dovrebbe bastarvi…

Appunti Corti #134

Riflettevo sul concetto di “abitudine” e mi sono incuriosito nel cercarne l’etimologia, che ovviamente, come suggerisce la parola stessa, deriva da “abito”. Ma a sua volta quest’ultimo deriva da “modo di essere, disposizione dell’animo”, un significato molto più profondo di ciò che potrebbe fuorviare, ovvero il vestito esteriore. Così mi è venuto in mente che anche nelle relazioni, quando ci si lamenta del subentro di abitudine, si commette un errore grossolano, perché l’abitudine a comportarsi in un certo modo peculiare al rapporto c’era fin dall’inizio; è piuttosto il rinnegare, il rinunciare all’abito caratterizzante degli inizi a impoverire e sbriciolare il rapporto stesso. La stanchezza, il distacco, le piccole o grandi ostilità, il disinteresse, la perdita di stima e di rispetto, lo spegnersi di passioni ed emozioni, tutto questo è un vero e proprio tradire le abitudini iniziali, quando l’entusiasmo dimorava nella relazione. Credo sia un processo fisiologico, anzi: per coloro che posseggono il dono della resistenza, la capacità di mettersi in discussione e la volontà di tramutare le umane paure del cambiamento in coraggio, questo può essere un salto di qualità che conferirà alla conoscenza nuova linfa, un rinnovato modo di vivere in compartecipazione.

Baaba Maal – Being (2023)

A sette anni dall’ultima sua pubblicazione “The Traveller”, Baaba Maal ritorna con “Being”, un disco ritmicamente potente e liricamente premuroso, una delle uscite più emozionanti della sua lunga discografia.
A 70 anni Maal sembra un uomo sulla quarantina. È invecchiato incredibilmente bene. Così come la sua musica. Dal 1989, album dopo album, ne ha pubblicato una ventina, una quindicina come solista e una manciata in collaborazione. Quasi tutti i suoi dischi non solo si basano sulle sue radici senegalesi, ma aggiungono suoni e vibrazioni occidentali, creando così un sound totalmente personale.
In questo “Being” Maal ci offre un qualcosa in più, che supera le sue uscite precedenti. La voce di Maal è sublime e le melodie sono ipnotiche. Si alzano e cadono con grazia, ma sono anche in grado di ruggire quando necessario. Le armonie sono squisite e, abbinate alla voce di Maal, diventano un bene prezioso che fanno il suo marchio di fabbrica.
Being è un’esplorazione delle radici africane di Maal in Senegal. Il disco attraversa i generi a lui consoni, mettendo in evidenza gli strumenti africani tradizionali insieme a suoni elettronici futuristici. Being mette in evidenza le problematiche di un mondo che cambia e si modernizza sottolineando soprattutto il cambiamento climatico che minaccia il suo territorio, la sua gente, il suo vivere.

Ascolta il disco

Oscar Valdambrini

L’11 maggio 1924 nasce a Torino il trombettista Oscar Valdambrini, uno dei personaggi chiave del jazz italiano.
Oscar Valdambrini è stato uno dei più importanti trombettisti del jazz italiano, figura centrale nel panorama musicale del dopoguerra.
Nato a Milano, si formò in un periodo in cui il jazz in Italia era ostacolato dal regime fascista, ma riuscì comunque a emergere grazie al talento e a un suono moderno, influenzato dallo swing americano e poi dal bebop.
Il momento più significativo della sua carriera fu il lungo sodalizio con il sassofonista Gianni Basso. Insieme formarono uno dei tandem più celebri del jazz italiano, spesso paragonati – per intesa e complementarità – alle grandi coppie americane tromba/sax.
Con loro nacquero: la Basso-Valdambrini Orchestra e numerose incisioni che segnarono gli anni ’50 e ’60.
Valdambrini non cercava l’esibizionismo tecnico: la sua tromba era misurata, musicale, sempre equilibrata.
Oltre all’attività jazzistica, lavorò molto come musicista da studio e in orchestra, collaborando con: la RAI, grandi orchestre italiane e artisti della musica leggera.
Oscar Valdambrini è considerato un pilastro del jazz italiano moderno: ha contribuito a professionalizzare il settore e a portare il jazz italiano a livelli qualitativi comparabili a quelli internazionali.

I migliori album jazz #80

Pat Metheny – Bright Side Life (1976)

Ampiamente ignorato e con appena 1.000 copie vendute alla sua uscita nel gennaio 1976, l’album di debutto jazz del mago della chitarra del Missouri crebbe gradualmente di statura e fu considerato un capolavoro post-bop. Metheny aveva solo 21 anni e insegnava alla Berklee School of Music di Boston quando il produttore ECM Manfred Eicher, che lo aveva sentito suonare con il gruppo del vibrafonista Gary Burton, registrò il giovane chitarrista con l’esperto di basso fretless Jaco Pastorius e il batterista Bob Moses. Il risultato fu un’entusiasmante vetrina per lo stile virtuoso, fluido e cristallino di Metheny, definito da filigrane melodiche ellittiche, improvvisazione liquida e voli di lirismo sfrenato. Nel corso della sua carriera, Metheny avrebbe realizzato album molto più ambiziosi, ma Bright Size Life si distingue per la sua combinazione vincente di energia giovanile e magistrale sicurezza.

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