Bob Dylan: i suoi album #5

Bringing It All Back Home (1965)

Tutto scorre
Per Bob Dylan è già tempo di cambiare, prima che sia troppo tardi.

“Bringing It All Back Home” è un album fondamentale di Bob Dylan, pubblicato nel 1965. È considerato una pietra miliare nella storia della musica, non solo per la carriera di Dylan ma anche per l’evoluzione del rock e del folk.
Il disco (vinile) è diviso in due parti: Lato A (elettrico); Dylan abbandona temporaneamente il folk acustico puro per abbracciare una sonorità elettrica. Questa scelta fu rivoluzionaria e controversa all’epoca, soprattutto tra i puristi del folk e Lato B (acustico); Dylan ritorna a uno stile più tradizionale, con brani acustici più vicini alle sue radici folk.
La produzione è curata da Tom Wilson, che insieme all’artista da un po’ di tempo è impegnato a mettere a punto una fusione di folk e rock elettrico. Dylan in effetti adesso ha voglia di spaziare. I suoi testi si fanno sempre più surreali e influenzati dai poeti della beat generation. Musicalmente, poi, le sue radici rock’n’roll reclamano. Nel 1966, in occasione di un’intervista per la Sveriges Radio, la radio nazionale svedese, chiarirà che la sua prima musica è stato il rock’n’roll, anche perché “le persone della mia età, tipo 25 o 26 anni, negli Stati Uniti è come se fossero tutte cresciute suonando il rock’n’roll”.
Con Bringing It All Back Home , Dylan ha continuato la sua evoluzione, sia nella scrittura dei testi che nel modo di registrare la musica. Innanzitutto, i testi di Dylan hanno rappresentato un grande passo avanti verso la musica popolare come poesia. Dylan aveva usato il linguaggio poetico per esprimersi fin dai suoi primi album, ma è con questo album che ha iniziato a impegnarsi davvero in questo approccio. I brani in esso contenuti sono ricchi di linguaggio metaforico e immagini astratte e surreali.
Dylan utilizza il suo schema di rime unico e interno che sottolinea la potenza dei suoi testi. Manda versi che si infrangono senza sosta, travolgendo l’ascoltatore in ondate continue. Deride una società che propina “Cristi color carne che brillano al buio” mentre proclama “il denaro non parla, impreca”. In mezzo a tutto questo, infila una delle sue frasi poetiche più perfette: “Chi non è impegnato a nascere è impegnato a morire”. 
Another Side of Bob Dylan potrebbe aver segnato l’inizio della transizione di Dylan verso ciò che è conosciuto oggi, ma Bringing It All Back Home rappresenta la sua liberazione definitiva del pieno potenziale. L’album è complesso e contraddittorio come tutte le grandi opere d’arte, pur possedendo una chiarezza di visione incredibilmente impressionante. 
“Bringing It All Back Home” segnò l’inizio della “trilogia elettrica” di Dylan (seguito da Highway 61 Revisited e Blonde on Blonde), cambiando per sempre il panorama della musica popolare. Il disco mescola influenze folk, blues, rock e beat poetry, anticipando la svolta psichedelica della seconda metà degli anni ’60.

Rainy Day Women #12 & 35 – Bob Dylan (1966)

Rainy Day Women #12 & 35 di Bob Dylan, pubblicata nel 1966 come brano d’apertura dell’album Blonde on Blonde, è una canzone spesso discussa per il suo significato ambiguo e ironico.
Il ritornello più famoso è: “Everybody must get stoned!”
Questa frase può essere interpretata in due modi: Essere lapidati (stoned in senso biblico): Dylan potrebbe riferirsi alla persecuzione sociale o alla condanna morale — “tutti devono essere lapidati” — ovvero tutti, prima o poi, verranno giudicati, emarginati o puniti dalla società per quello che fanno. Essere fatti (stoned in senso moderno): Il termine “stoned” significa anche essere sotto effetto di droghe. Molti hanno letto la canzone come un inno scherzoso alla cultura psichedelica degli anni ’60.
Il brano ha un tono festaiolo e ironico, quasi da marching band ubriaca, con ottoni e batteria sgangherata. Dylan l’ha registrato in modo volutamente caotico, quasi burlesco, sottolineando un tono di parodia o satira.
Questa, come molte altre canzoni di Dylan si presta a varie interpretazioni.
– Una critica alla società che giudica e perseguita chi si comporta in modo anticonvenzionale.
– Una presa in giro della cultura della droga, oppure un modo giocoso per inserirsi in essa.
– Un brano nonsense volutamente ambiguo, che riflette l’umore beffardo e sperimentale di Dylan in quel periodo.
La canzone venne bandita da alcune radio americane, per gli ipotetici riferimenti alla droga, ma questo non le impedì di diventare un successo, arrivando nella top ten delle classifiche negli Stati Uniti.

Bob Dylan: i suoi album #4

Another Side of Bob Dylan (1964)

Non sono io, baby
Qual è l’altra faccia di Dylan a cui allude il titolo?

Another Side of Bob Dylan è il quarto album in studio del cantautore statunitense Bob Dylan, pubblicato l’8 agosto 1964 dalla Columbia Records. L’album si discosta dallo stile più socialmente impegnato che Dylan aveva sviluppato con il suo precedente LP, The Times They Are A-Changin’ (1964). Il cambiamento suscitò critiche da parte di alcune figure influenti della comunità folk: il direttore di Sing Out! Irwin Silber si lamentò del fatto che Dylan avesse “in qualche modo perso il contatto con la gente” e fosse rimasto intrappolato “nell’armamentario della fama”. Nonostante il cambiamento tematico dell’album, Dylan eseguì l’intero Another Side of Bob Dylan come aveva fatto con i dischi precedenti: da solo. Oltre alla sua solita chitarra acustica e armonica, Dylan suona il pianoforte in una traccia, “Black Crow Blues”. Another Side of Bob Dylan raggiunse il numero 43 negli Stati Uniti (anche se alla fine divenne disco d’oro) e raggiunse l’ottavo posto nelle classifiche del Regno Unito nel 1965.
L’altra faccia di Bob Dylan a cui si fa riferimento nel titolo è presumibilmente quello romantico, assurdo e stravagante – tutto ciò che non era presente in Times They Are a-Changin’, un album decisamente folk e intriso di protesta. Per questo motivo, Another Side of Bob Dylan è un disco più vario e anche di maggior successo, poiché cattura l’espansione della musica di Dylan, offrendo interpretazioni fantasiose e poetiche sia di canzoni d’amore che di melodie di protesta. Contiene in realtà lo stesso numero di classici del suo predecessore, con “All I Really Want to Do”, “Chimes of Freedom”, “My Back Pages”, “I Don’t’ Believe You” e “It Ain’t Me Babe” tra i suoi standard, ma la chiave del successo del disco sono le tracce dell’album, eleganti, poetiche e stratificate. Sia i testi che la musica sono diventati più profondi e Dylan sta sperimentando nuove strade: questo, nella sua costruzione e nel suo atteggiamento, non è propriamente folk, ma abbraccia molto di più. Il risultato è uno dei suoi dischi migliori, un’opera incantevole e intima.
Rimanendo fedele a quella reticenza nel rispondere alle domande troppo dirette che ha contraddistinto tutta la sua lunga carriera, Bob Dylan non chiarì mai fino in fondo quale fosse il significato più profondo dell’“altra faccia” di se stesso a cui fa riferimento il titolo del disco. Eppure le atmosfere viscerali, i testi dai toni quasi allucinati, gli spunti ironici, gli errori ostentati e i temi evasivi forniscono un’immagine piuttosto chiara delle idee che passavano per la testa di Dylan quando riuscì finalmente a staccarsi le scomode etichette di portavoce di una generazione smarrita e di salvatore del popolo che gli erano state affibbiate dai media dopo l’uscita di due album pieni di canzoni di protesta dai toni decisamente intellettuali e socialmente molto impegnate. A questo punto Dylan aveva bisogno di prendersi una pausa, di allontanarsi per un attimo dagli aspetti più drammatici dell’esistenza e di tornare ai temi che gli erano più congeniali. L’album Another Side of Bob Dylan è questo e molto di più.

Bob Dylan: i suoi album #3

The Time They Are A-Changin’ (1964)

Gli ultimi saranno i primi
Dylan fiuta il cambiamento prima di tutti. E le sue parole diventano una valanga.

The Times They Are a-Changin’ è il terzo album in studio di Bob Dylan. Fu pubblicato il 10 febbraio 1964 dalla Columbia Records. Mentre i suoi album precedenti, Bob Dylan (1962) e The Freewheelin’ Bob Dylan (1963), combinavano materiale originale e cover, questo fu il primo a contenere solo composizioni originali. L’album consiste principalmente di ballate scarne e scarsamente arrangiate che trattano temi come il razzismo, la povertà e il cambiamento sociale. La traccia che dà il titolo all’album è una delle più famose di Dylan; molti ritengono che catturi lo spirito di sconvolgimento sociale e politico che caratterizzò gli anni ’60. Alcuni critici e fan non furono altrettanto entusiasti dell’album nel suo complesso, rispetto ai suoi lavori precedenti, per la sua mancanza di umorismo o di diversità musicale. Tuttavia, The Times They Are a-Changin’ raggiunse il 20° posto nella classifica statunitense, diventando poi disco d’oro e raggiungendo tardivamente il 4° posto nel Regno Unito nel 1965.
Questo album, interamente acustico, è considerato da molti cultori della produzione dylaniana un vero e proprio manifesto della canzone politica e di protesta; nei dieci brani che lo compongono, Dylan si scaglia contro la società e, in modo profetico e cadenza quasi biblica, sembra ammonire duramente: fate attenzione, poiché i tempi stanno cambiando e i figli di oggi sono pronti a rivoltarsi contro i loro stessi padri per ribaltare – appunto in maniera biblica – concetti e filosofie, aspettative e pregiudizi.
Le sonorità di questo disco sono impostate su un blues secco ed essenziale, scandito dalle pennate marcate sulla chitarra e dal suono che dà anima alla musica folk dell’armonica a bocca.
Le canzoni politiche qui proposte, a detta dei cultori della poetica dylaniana, non indicano in effetti alcuna nuova strada (Dylan ha sempre sostenuto di non essere il portavoce di nessuno eccetto che di se stesso, e che non c’è bisogno del meteorologo per sapere da che parte tira il vento), suscitando però nuovi dubbi e inedite domande.
La tracklist del disco è montata come se Dylan volesse subito dirci, nel prologo, che i tempi stanno per cambiare, nonostante che ancora ci siano le ingiustizie di cui racconta nelle sue canzoni di denuncia a sfondo sociale. Ed ecco allora materializzarsi la disperata storia di miseria e di povertà di Ballad Of Hollis Brown, la straordinaria invettiva di With God On Our Side contro le guerre che hanno insanguinato il mondo combattute anche in nome della religione, il racconto della crisi delle miniere del Minnesota in North Country Blues, l’uccisione di Medgar Evers impegnato nella lotta per il riconoscimento dei diritti civili dei neri di Only A Pawn In Their Game, i riferimenti biblici e a Bertolt Brecht che emergono da When The Ships Comes In, con l’immagine della nave che arriva in porto a risolvere le ingiustizie del mondo. Per arrivare alla sofferta interpretazione di The Lonesome Death Of Hattie Carroll, che racconta l’omicidio di una cameriera di colore da parte di un giovane bianco proprietario di piantagioni di tabacco. Poi ci sono le canzoni d’amore, ispirate in qualche modo dalla sua relazione con Suze Rotolo, One Too Many Mornings e Boots Of Spanish Leather, e il saluto finale di Restiese Farewell che chiude l’album: l’arrivederci di un giovane vagabondo che riprende la sua strada, alla fine dello spettacolo in cui ha presentato le sue storie, per avventurarsi verso una nuova direzione.

Dropkick – Primary Colours (2025)

Originari della costa orientale della Scozia, i Dropkick si sono fatti una reputazione per il loro power pop rigoglioso e armonioso, tanto da essere paragonati a Wilco, The Jayhawks, Teenage Fanclub e Tom Petty. La loro musica fonde senza sforzo melodia e introspezione, rendendoli un pilastro della scena musicale indie da oltre un decennio. Primary Colours segna un nuovo capitolo nella carriera dei Dropkick, in seguito al successo di The Wireless Revolution (2023). L’album presenta 10 tracce meticolosamente realizzate che fondono power-pop, indie rock e influenze folk. Temi di amore, perdita e l’inevitabile passare del tempo permeano le canzoni, ciascuna ricca di armonia e profondità lirica.

L’album inizia con “Left Behind”, un inno imponente che dà il tono al disco. La traccia del titolo, “Primary Colours”, cattura l’essenza dell’album con melodie vibranti ed evocative. La nostalgia dei giorni di scuola di “Dreams Expire” offre un momento inquietante e introspettivo, mentre brani come “Too Much of the Same” esplorano la ripetitività della vita e delle relazioni con un’energia riflessiva ma contagiosa. Registrato nella loro sala prove di lunga data a Inch House, Edimburgo, Primary Colours è stato prodotto da Andrew Taylor (frontman e autore principale) e presenta un suono raffinato ma autentico.

La produzione evidenzia le armonie distintive della band e i talenti multi-strumentali, pur mantenendo l’energia grezza delle loro esibizioni dal vivo. Taylor, noto anche per il suo lavoro con la band indie-pop di culto The Boys with the Perpetual Nervousness e come produttore di lunga data della rinomata band country scozzese, The Wynntown Marshals, continua ad affinare la sua arte di autore e produttore.

Ascolta il disco

Bob Dylan: i suoi album #2

The Freewheelin’ Bob Dylan (1963)

Canzoni per Suze
Semplicemente, il disco in cui Bob Dylan diventa Bob Dylan.

“The Freewheelin’ Bob Dylan” è il secondo album in studio di Bob Dylan, pubblicato il 27 maggio 1963 dalla Columbia Records. Questo disco segna un punto di svolta nella carriera di Dylan, consolidando il suo status di cantautore di protesta e poète engagé, e rappresenta un significativo avanzamento rispetto al suo debutto.
“The Freewheelin’ Bob Dylan” è uno degli album più iconici di Dylan e uno dei capolavori del folk degli anni ‘60. L’album segna il passaggio dal folk tradizionale a una musica più personale e poetica, con una crescente attenzione alla politica, ai diritti civili e alle emozioni individuali. Le composizioni di Dylan sono più mature e complessamente strutturate rispetto a quelle del suo debutto, e l’album esplora temi di protesta sociale, libertà individuale e cambiamento.
L’album contiene alcune delle canzoni più influenti e amate di Dylan, che sono diventate pietre miliari della musica folk e popolare:
“Blowin’ in the Wind” — Probabilmente la canzone più famosa dell’album, è diventata un inno del movimento per i diritti civili e della protesta contro la guerra. Il testo semplice e diretto pone domande sulla libertà, la pace e la giustizia.
“A Hard Rain’s A-Gonna Fall” — Un brano che mescola immagini poetiche e apocalittiche per descrivere il caos e la sofferenza del mondo, spesso interpretato come una riflessione sulla guerra fredda e sulla paura della guerra nucleare.
“Girl from the North Country” — Una ballata dolce e malinconica, ispirata alla tradizione folk, in cui Dylan canta di una relazione perduta. La canzone è arricchita dalla voce di Johnny Cash, che partecipa come ospite.
“Masters of War” — Un feroce attacco alla guerra e a coloro che la promuovono per motivi di profitto. Questo brano è una delle canzoni di protesta più esplicite di Dylan.
“Don’t Think Twice, It’s All Right” — Una canzone di addio in cui Dylan riflette sulla fine di una relazione, con un tono che mescola tristezza e accettazione.
“The Times They Are a-Changin’” — Anche se questa canzone è nell’album successivo, la sua scrittura rispecchia il tono e lo spirito di cambiamento che pervade “The Freewheelin’ Bob Dylan”. Tuttavia, non è presente in questo album ma è spesso associata al periodo creativo di Dylan in questo periodo.
Il suono dell’album è caratterizzato da arrangiamenti di chitarra acustica e armonica, con una produzione molto più raffinata rispetto al debutto di Dylan. Le canzoni spaziano da ballate tranquille e intime a brani più energici e di protesta, con Dylan che mostra una crescente maturità sia come poeta che come musicista. Il suo uso della lingua e delle immagini poetiche si fa più complesso, e il suo talento per la scrittura di testi evocativi diventa sempre più evidente.
“The Freewheelin’ Bob Dylan” è stato un grande successo critico e commerciale. Ha consolidato Dylan come una delle figure di punta della musica folk e della protesta sociale degli anni ‘60. La sua capacità di affrontare temi politici e sociali con una profondità emotiva e una grande abilità poetica lo ha reso una figura centrale nella cultura musicale e politica dell’epoca.
L’album è spesso considerato uno dei migliori album di tutti i tempi e ha avuto un’influenza duratura sulla musica popolare, sulla musica folk e sul movimento per i diritti civili.

Bob Dylan: i suoi album #1

Bob Dylan (1962)

Sulla strada del genio
Tredici brani registrati in sole tre session: imperfetti, ingenui, finanche rozzi. Ma già specchio di un talento immenso.

“Bob Dylan” è l’album di debutto omonimo di Bob Dylan, pubblicato il 19 marzo 1962 dalla Columbia Records. Questo disco segna l’inizio della carriera di Dylan come cantautore e artista di folk music, anche se, a differenza dei suoi lavori successivi, è meno noto per i testi profondi e poetici che lo avrebbero reso celebre. L’album è infatti un progetto di debutto che riflette un mix di canzoni folk tradizionali e alcune composizioni originali.
L’album “Bob Dylan” è piuttosto semplice, con uno stile acustico, incentrato sulla chitarra e la voce di Dylan, senza l’accompagnamento elaborato che sarebbe diventato tipico dei suoi lavori futuri. La produzione, affidata a John Hammond, rispecchia la semplicità delle registrazioni folk dell’epoca.
L’album è composto da 13 tracce, di cui molte sono reinterpretazioni di brani folk tradizionali. Le canzoni più importanti includono:
“Talkin’ New York” — un brano autobiografico in cui Dylan racconta le sue prime esperienze a New York, prima di diventare una figura centrale del movimento folk.
“The Song to Woody” — una canzone tributo al suo idolo Woody Guthrie, che aveva un’influenza enorme sulla musica folk e sulla carriera di Dylan.
“Man of Constant Sorrow” — una reinterpretazione di una canzone folk tradizionale, che mostra già il talento di Dylan nell’interpretare e rivitalizzare la musica popolare.
“Pretty Peggy-O” — una ballata che diventerà uno dei brani più noti di Dylan in versioni successive.
L’album non fu un grande successo commerciale al momento della sua uscita, e molte delle canzoni erano interpretazioni di brani già esistenti, con Dylan che ancora non aveva sviluppato pienamente la sua voce distintiva come cantautore. Tuttavia, l’album fu importante per avviare la sua carriera e per far conoscere al pubblico la sua sensibilità musicale e la sua capacità di reinterpretare la musica folk.
Anche se questo disco di debutto non contiene le canzoni che lo avrebbero consacrato come uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi, “Bob Dylan” è considerato un punto di partenza cruciale per la sua evoluzione artistica. Le sue future innovazioni nel folk e nel rock lo avrebbero portato a cambiare per sempre il panorama musicale.

Kimi Djabaté – Dindin (2023)

Kimi Djabaté ha vissuto un’infanzia piuttosto impegnativa e travagliata. Nato e cresciuto in una famiglia povera ma “musicale” a Tabato, Guinea-Bissau, un villaggio rinomato per i suoi griot, cantanti-poeti ereditari le cui canzoni, musiche, racconti e leggende svolgono un ruolo essenziale nella vita culturale dell’Africa occidentale, gli è stato dato il suo primo balafon, uno xilofono africano, all’età di tre anni. Riconosciuto fin da subito come un bambino prodigio, il suo modo di suonare è stato fonte di reddito per la sua famiglia. Ha suonato regolarmente a matrimoni e battesimi dall’età di otto anni, a costo di perdere molte altre attività dell’infanzia, come giocare con gli amici.
Il suo talento gli ha permesso di imparare a suonare la Kora e di padroneggiare sia con la chitarra che una serie di strumenti a percussione. Da giovane, grazie a un programma radiofonico, è stato in grado di assorbire Afrobeat nigeriano e Capo Verdean Morna, oltre a Western Jazz and Blues, suoni che si riverberano nel suo ultimo album.
A 19 anni faceva parte del National Music and Dance Ensemble della Guinea-Bissau, che gli ha dato modo di visitare l’Europa. Successivamente, si stabilì a Lisbona, in Portogallo, dove vive e lavora.
Dindin, è stato registrato in Almada (Portogallo) nel 2021. Come per le incisioni precedenti, è un omaggio alla sua eredità griot, il suo modo di esprimere artisticamente la complessità della vita contemporanea in Africa, sia le gioie e sia gli ostacoli. Il titolo dell’album e la lingua in cui è cantato è Mandinga, la lingua parlata dal popolo Mandinka della Guinea-Bissau settentrionale.
Tradotto in inglese come “bambini”, Dindin è intensamente personale, con canzoni dedicate ai familiari e agli amici, con riferimenti a materie sociali e politiche come l’educazione, i diritti dei bambini e delle donne, la povertà, la comunicazione, la religione e le molte forme di Amore.
Dindin è un album ottimista che mette davvero in evidenza il potere della musica per aiutare a creare un mondo migliore, specialmente per gli africani. La musica di Kimi su Dindin è sia edificante che molto divertente, e allo stesso tempo è un nobile tributo sia alle sue radici di Griot che al suo patrimonio africano.

Il video (colorato) del debutto di Bob Dylan al Newport Folk Festival nel 1963

Nel luglio del 1963, Bob Dylan fece la sua prima apparizione al Newport Folk Festival. Nella serata di apertura, catturò una folla di 13.000 persone con un’esibizione di “Blowin’ in the Wind“, accompagnato da Joan Baez, Pete Seeger e Peter, Paul e Mary. Poi, il giorno seguente, Dylan cantò una versione di “With God On Our Side” (un duetto con Joan Baez) e suonò da solo “North Country Blues“, una canzone che sarebbe poi apparsa in The Times They Are a‑Changin‘ nel 1964. Nei link sopra evidenziati si possono guardare queste esibizioni storiche nei filmati originali in bianco e nero. Oppure, grazie al canale YouTube  Toca o Disco, puoi vivere il momento a colori. Mentre canta un Bob Dylan di 22 anni, il pubblico ascolta rapito, assorbendo la sua potente canzone folk sulle dure realtà dell’estrazione mineraria e dell’industrializzazione.

Qui sotto il video del debutto dove Bob Dylan canta North Country Blues al Newport Folk Festival (1963).

Nick Drake, un genio incompreso

Nick Drake è stato un notevole cantautore e musicista folk inglese che, nonostante la sua carriera relativamente breve, è diventato un artista molto influente e acclamato dalla critica nei decenni successivi alla sua morte. Nato il 19 giugno 1948 a Rangoon, Birmania (ora Myanmar), Drake è cresciuto nel Warwickshire, in Inghilterra. Era noto per il suo modo complesso e poetico di suonare la chitarra, lo stile vocale dolce e la scrittura di canzoni introspettiva. Drake ha pubblicato solo tre album in studio durante la sua vita: “Five Leaves Left” (1969), “Bryter Layter” (1971) e “Pink Moon” (1972). Nonostante abbia ricevuto elogi dalla critica, Drake ha lottato per raggiungere il successo commerciale durante la sua vita. Ha combattuto la depressione ed era, a quanto si dice, molto timido, il che ha reso difficile esibirsi e promuovere la sua musica. La sua musica è caratterizzata da intricate tecniche di chitarra fingerpicking, arrangiamenti musicali sofisticati e testi profondamente personali, spesso malinconici. Drake morì tragicamente, il 25 novembre 1974, all’età di 26 anni, per overdose di antidepressivi. Negli anni successivi alla sua morte, la sua musica ha ottenuto un notevole riconoscimento, con artisti come Robert Smith dei The Cure, Kate Bush e numerosi musicisti folk e indie contemporanei che lo hanno citato come una delle loro maggiori influenze. I suoi album, in particolare “Pink Moon”, sono stati presentati in film e spot pubblicitari, presentando la sua musica alle nuove generazioni. Oggi, è ampiamente considerato un’icona di culto nella scena musicale folk e indie, ricordato per il suo stile musicale unico e per la scrittura di canzoni profonda e introspettiva.