Anna B Savage – You And I Are Earth (2025)

Recensioni 2025

Il sentimento prevalente in You & I are Earth è, prevedibilmente, quello dell’amore. “Ti amo” è qualcosa che Savage ripete più volte nell’album, e non lo fa mai con niente di meno che una sincerità struggente. È questo atteggiamento schietto che rende l’album invitante, accogliente e vivibile, uno spazio in cui sedersi e sentirsi a proprio agio per un breve periodo. Savage vive lì e ci accoglie ogni volta; il suono delle onde che si infrangono dolcemente sulla traccia di apertura dell’album è come un invito al suo santuario. Fa i conti con il suo disagio nel traslocare; denuncia silenziosamente il colonialismo in Irlanda; guarda dolcemente dentro di sé; e ritrae con orgoglio all’esterno ciò che la fa sentire radicata. È amore, è un luogo. È un sentimento tangibile che condivide con il mondo, una piccola e personale offerta agli ascoltatori che desiderano attingere al suo calore. Consigliato

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Bob Dylan: i suoi album #2

The Freewheelin’ Bob Dylan (1963)

Canzoni per Suze
Semplicemente, il disco in cui Bob Dylan diventa Bob Dylan.

“The Freewheelin’ Bob Dylan” è il secondo album in studio di Bob Dylan, pubblicato il 27 maggio 1963 dalla Columbia Records. Questo disco segna un punto di svolta nella carriera di Dylan, consolidando il suo status di cantautore di protesta e poète engagé, e rappresenta un significativo avanzamento rispetto al suo debutto.
“The Freewheelin’ Bob Dylan” è uno degli album più iconici di Dylan e uno dei capolavori del folk degli anni ‘60. L’album segna il passaggio dal folk tradizionale a una musica più personale e poetica, con una crescente attenzione alla politica, ai diritti civili e alle emozioni individuali. Le composizioni di Dylan sono più mature e complessamente strutturate rispetto a quelle del suo debutto, e l’album esplora temi di protesta sociale, libertà individuale e cambiamento.
L’album contiene alcune delle canzoni più influenti e amate di Dylan, che sono diventate pietre miliari della musica folk e popolare:
“Blowin’ in the Wind” — Probabilmente la canzone più famosa dell’album, è diventata un inno del movimento per i diritti civili e della protesta contro la guerra. Il testo semplice e diretto pone domande sulla libertà, la pace e la giustizia.
“A Hard Rain’s A-Gonna Fall” — Un brano che mescola immagini poetiche e apocalittiche per descrivere il caos e la sofferenza del mondo, spesso interpretato come una riflessione sulla guerra fredda e sulla paura della guerra nucleare.
“Girl from the North Country” — Una ballata dolce e malinconica, ispirata alla tradizione folk, in cui Dylan canta di una relazione perduta. La canzone è arricchita dalla voce di Johnny Cash, che partecipa come ospite.
“Masters of War” — Un feroce attacco alla guerra e a coloro che la promuovono per motivi di profitto. Questo brano è una delle canzoni di protesta più esplicite di Dylan.
“Don’t Think Twice, It’s All Right” — Una canzone di addio in cui Dylan riflette sulla fine di una relazione, con un tono che mescola tristezza e accettazione.
“The Times They Are a-Changin’” — Anche se questa canzone è nell’album successivo, la sua scrittura rispecchia il tono e lo spirito di cambiamento che pervade “The Freewheelin’ Bob Dylan”. Tuttavia, non è presente in questo album ma è spesso associata al periodo creativo di Dylan in questo periodo.
Il suono dell’album è caratterizzato da arrangiamenti di chitarra acustica e armonica, con una produzione molto più raffinata rispetto al debutto di Dylan. Le canzoni spaziano da ballate tranquille e intime a brani più energici e di protesta, con Dylan che mostra una crescente maturità sia come poeta che come musicista. Il suo uso della lingua e delle immagini poetiche si fa più complesso, e il suo talento per la scrittura di testi evocativi diventa sempre più evidente.
“The Freewheelin’ Bob Dylan” è stato un grande successo critico e commerciale. Ha consolidato Dylan come una delle figure di punta della musica folk e della protesta sociale degli anni ‘60. La sua capacità di affrontare temi politici e sociali con una profondità emotiva e una grande abilità poetica lo ha reso una figura centrale nella cultura musicale e politica dell’epoca.
L’album è spesso considerato uno dei migliori album di tutti i tempi e ha avuto un’influenza duratura sulla musica popolare, sulla musica folk e sul movimento per i diritti civili.

Come “Time Out” di Dave Brubeck ha cambiato il jazz

L’album rivoluzionario di Dave Brubeck “Time Out” è in cima alle classifiche dei migliori dischi jazz, viene ripubblicato costantemente ed è così onnipresente in alcuni ambienti che è difficile ascoltarlo con orecchie nuove.
Nei primi anni sessanta la missione del Dipartimento di Stato dell’epoca decise di inviare musicisti jazz americani in giro per il mondo come ambasciatori culturali. Questa esperienza ha avuto un’influenza importante non solo su Brubeck, ma su molti dischi di quel periodo. Brubeck si unì a Benny Goodman, Louis Armstrong e Dizzy Gillespie in un tour musicale che raggiunse molti paesi dietro la cortina di ferro e fu in grado di criticare la storia razzista dell’America promuovendone anche la cultura musicale.

“Time Out” fu il quattordicesimo album di Brubeck per la Columbia Records e fu il disco della sua svolta. Fino a quel momento lui e il suo quartetto avevano pubblicato una serie di album dal vivo registrati nei college (che promuovevano un jazz sicuro ma alla moda) e diversi album di cover jazz, come Dave Digs Disney. Ma “Time Out” era una specie di concept album completamente formato: un’esplorazione delle misure di tempo che il jazz non aveva ancora realmente toccato.
Ma la cosa migliore è che “Time Out” è uno di quei album classici per il modo in cui mescola la sperimentazione con il commerciale, un’impresa ardua in qualsiasi epoca, ma ancora più impressionante in uno dei migliori anni del jazz, il 1959.

The Weather Station – Humanhood (2025)

Recensioni 2025

L’umanità è radiosa e propulsiva, discorsiva e strana. Le canzoni si dissolvono in ondate di archi, si disgregano completamente. Le tessiture si fondono e si frammentano, si induriscono in canzoni, cedono di nuovo il passo a passaggi strumentali astratti che trasportano l’ascoltatore da una canzone all’altra. È un disco di dettagli intensi, note di pianoforte e di violino, canzoni pop chiare e potenti, alcune delle più soddisfacenti che Lindeman abbia mai scritto. È il disco più strano dei Weather Station finora, e il più viscerale. È anche il più forte, il più cinematografico, il più completo come evocazione di un paesaggio interiore. Ogni canzone rispecchia, sonoramente e musicalmente, lo stato d’animo descritto nel testo, passando dal distante al claustrofobico, dal travolgente al meraviglioso. Obbligato.

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Massimo Zamboni – La mia patria attuale (2022)

Dopo diversi ascolti viene confermata la regola generale applicata ai dischi e quindi quella di ascoltare più volte le tracce prima di esprimere un giudizio. “La mia patria attuale” ha bisogno di serenità d’animo, di silenzio e di un ascolto attento. E poi dopo, quando la musica tace, di una riflessione silenziosa. Più e più volte.

“La mia patria attuale” è un disco intellettuale, quasi letterario.

La scelta di pubblicato il 21 gennaio non è casuale: il 21 gennaio (1921) è nato il Partito Comunista d’Italia e il 21 gennaio (1924) è morto Lenin. Due riferimenti importanti per l’artista, ancora fedele alla linea dei CCCP e CSI, di cui coltiva la memoria collettiva.

Se ci si ferma un attimo a riflettere non stupisce questa scelta. Zamboni è di Reggio Emilia, dove è nato il Tricolore e soprattutto terra resistente e partigiana. E i partigiani si definivano patrioti, senza vergogna: perché con il loro sacrificio hanno provato a lavare l’onta del fascismo e ridare dignità all’Italia.

“La mia patria attuale” traccia una visione approfondita sulle correnti incapacità di un’Italia che non sembra più in grado di valorizzare il proprio immenso passato culturale e sociale, lasciato ormai quasi all’abbandono e dove l’importante termine “Patria”, la terra dei padri, viene sempre più utilizzato con faciloneria per interazioni persino irrispettose di quell’aureo significato.

Esiste davvero l’Italia o è solamente una mera espressione geografica? Esistono davvero gli italiani? Ha senso cercare la nostra coscienza comune? Riusciremo ad andare oltre questo sciagurato “mare nostrum” di delusioni brucianti e promesse mancate? Sapremo svincolarci e liberarci dal disordine, dal cinismo, dalla paura e dall’ignoranza che sembrano condannarci a restare, per sempre, proni e piegati, in balia dei peggiori governi e di una classe politica che è incapace di guardare con fiducia costruttiva al futuro, incapace di offrire prospettive alternative, incapace di uscire dai soliti schemi mentali e dai soliti luoghi comuni, ma si ostina a vivere nella menzogna di uno sterile, paranoico e frustrante eterno presente, pur di conservare i propri privilegi e la propria posizione?

Per la prima volta in carriera l’ex-Cccp e Csi si lascia trascinare pienamente nel mondo cantautorale, un territorio che non è mai stato tra i suoi preferiti, ma nel quale sembra finalmente accedere con attenta curiosità e assoluta padronanza. La capacità compositiva è sempre stata una delle sue doti più spiccate, non solo in musica – è pregiata la sua carriera parallela di scrittore – e in questo progetto il cuore pulsante del pensiero dello Zamboni cittadino italiano prende il sopravvento su tutto il resto.

I dieci brani di “La Mia Patria Attuale”, ricchi di combattive sonorità di matrice folkeggiante, di una narrazione cantautoriale cruda e malinconica, di una vibrante e accattivante poesia, di chitarre e pianoforte, organo e mellotron, offrono al pubblico quello che, ad un primo ascolto, potrebbe apparire solamente un ingannevole e insensato conforto, un dolente susseguirsi di invocazioni a Dei inesistenti che si mostrano sordi alle nostre preghiere, ciechi e insensibili dinanzi alle dolorose tragedie che sconvolgono il mondo. In realtà, però, queste invocazioni sono rivolte soprattutto a noi stessi – agli sciagurati, ai reietti, ai diversi, agli emarginati, agli esclusi – spronandoli, attraverso quelle ritmiche e quelle percussioni che appartengono alla nostra storia comune, a rivoltarsi contro questa delirante e brutale visione della società.

A dominare non sono le chitarre distorte, l’elettronica ma è la voce, la sua voce. Che canta, racconta, sussurra sulla musica, creando dei momenti profondi e di forte impatto emotivo.

Matt Berninger – Get Sunk (2025)

Recensioni 2025

Dopo l’uscita del suo primo album solista, Serpentine Prison del 2020, Matt Berninger è caduto in una depressione così profonda da non riuscire né a scrivere né a cantare. Dopo aver trascorso due decenni a descrivere nei dettagli una malinconia densa come il fumo come cantante dei The National, l’improvvisa incapacità di articolare questa oscurità totalizzante è stata debilitante. Ora, al suo secondo album solista, sembra determinato a lasciarsi alle spalle per sempre quel periodo cupo. E’ un ascolto ricco e appagante, è semplice ma toccante, urbano ma artistico. È un disco da ascoltare quando si è a casa da soli e ascoltando le cicale estive. Non importa la nostra età, non perdiamo mai i nostri sogni, Get Sunk esige di affrontare la nostra perdita e di rispondere ai nostri bisogni. Consigliato.

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Bob Dylan: i suoi album #1

Bob Dylan (1962)

Sulla strada del genio
Tredici brani registrati in sole tre session: imperfetti, ingenui, finanche rozzi. Ma già specchio di un talento immenso.

“Bob Dylan” è l’album di debutto omonimo di Bob Dylan, pubblicato il 19 marzo 1962 dalla Columbia Records. Questo disco segna l’inizio della carriera di Dylan come cantautore e artista di folk music, anche se, a differenza dei suoi lavori successivi, è meno noto per i testi profondi e poetici che lo avrebbero reso celebre. L’album è infatti un progetto di debutto che riflette un mix di canzoni folk tradizionali e alcune composizioni originali.
L’album “Bob Dylan” è piuttosto semplice, con uno stile acustico, incentrato sulla chitarra e la voce di Dylan, senza l’accompagnamento elaborato che sarebbe diventato tipico dei suoi lavori futuri. La produzione, affidata a John Hammond, rispecchia la semplicità delle registrazioni folk dell’epoca.
L’album è composto da 13 tracce, di cui molte sono reinterpretazioni di brani folk tradizionali. Le canzoni più importanti includono:
“Talkin’ New York” — un brano autobiografico in cui Dylan racconta le sue prime esperienze a New York, prima di diventare una figura centrale del movimento folk.
“The Song to Woody” — una canzone tributo al suo idolo Woody Guthrie, che aveva un’influenza enorme sulla musica folk e sulla carriera di Dylan.
“Man of Constant Sorrow” — una reinterpretazione di una canzone folk tradizionale, che mostra già il talento di Dylan nell’interpretare e rivitalizzare la musica popolare.
“Pretty Peggy-O” — una ballata che diventerà uno dei brani più noti di Dylan in versioni successive.
L’album non fu un grande successo commerciale al momento della sua uscita, e molte delle canzoni erano interpretazioni di brani già esistenti, con Dylan che ancora non aveva sviluppato pienamente la sua voce distintiva come cantautore. Tuttavia, l’album fu importante per avviare la sua carriera e per far conoscere al pubblico la sua sensibilità musicale e la sua capacità di reinterpretare la musica folk.
Anche se questo disco di debutto non contiene le canzoni che lo avrebbero consacrato come uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi, “Bob Dylan” è considerato un punto di partenza cruciale per la sua evoluzione artistica. Le sue future innovazioni nel folk e nel rock lo avrebbero portato a cambiare per sempre il panorama musicale.

Beach Boys – Pet Sounds (1966)

Per i Beach Boys il 1966 è l’anno della svolta: se fino a quel momento hanno scalato le classifiche di vendita e popolarità con canzoni fresche, accattivanti, ingenue, ispirate alle ragazze californiane e al mito del surf – pop, insomma, con tutto il fascino e i limiti del caso – dopo l’ascolto di Rubber Soul Brian Wilson decide di entrare ufficialmente in competizione con i Beatles.
L’eccellente risultato è un’opera in cui è svelata l’ossessione dello stesso leader per la ricerca dell’armonia e della melodia più che del successo commerciale; circostanza confermata dall’esclusione di Good Vibrations, registrata proprio durante quelle session, dalla scaletta finale di Pet Sounds. Con la conseguenza, quasi ovvia, che di tutta la discografia dei Beach Boys questo fu l’album che vendette meno; all’appello mancano, infatti, proprio quelle canzoncine, innocue e semplici (Surfin’ USA, per fare un esempio) a cui l’americano medio era stato abituato. Così, più del pubblico, sono i critici a “spingere” il disco – che, comunque, entra nei Top 10 – e ad accorgersi della grandezza di una dozzina di composizioni che il genio di Wilson, anche nelle vesti di produttore, trasforma in un concept dedicato all’amore. Oltre ai testi, a impressionare e lasciare scossi sono le scelte armoniche e il modo in cui viene utilizzata la sala di registrazione, trasformata in un nuovo strumento al fianco di violini, corni, sassofoni, oboe (I’m Waiting For The Day) e voci angeliche che si intrecciano indissolubilmente (God Only Knows: il capolavoro all’interno del capolavoro). Lascia senza fiato, anche, la continua cura del particolare: il campanello di una bicicletta in sottofondo in You Still Believe In Me, la cinematica evoluzione di Let’s Go Away For A While e della title track, il suono volutamente rétro di I Know There is An Answer (ripreso, poi, in Hang On To Your Ego), i tempi che cambiano in Here Today, la “voce” dei cani di Brian – Banana e Louie – sul finale di Caroline, No. Per farla breve, la perfezione assoluta: un sacrilegio non possederla e custodirla molto, ma molto, gelosamente.

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Van Morrison – Remembering Now (2025)

Recensioni 2025

Come suggerisce il titolo dell’album, questo 47° disco in studio è pieno di reminiscenze del passato, una vera e propria galleria d’arte di canzoni che descrivono un mondo andato. A quanto pare Morrison ha fatto i conti e ha raggiunto un punto della sua carriera in cui guardare al passato è fondamentale tanto quanto guardare al futuro.
I semi musicali piantati negli ultimi anni di performance dal vivo sono sbocciati in una nuova registrazione in studio, completa e ricca di contenuti. A prescindere dall’impulso, Morrison ha creato un album che prende il meglio di ieri e lo combina in una straordinaria meditazione per il presente.
Morrison canta di spirito, anima, ricordi e visioni. Come dice nella traccia che dà il titolo all’album, “This is who I am” (Questo è ciò che sono). È una vetta elevata nel panorama montuoso del rock and roll.
Al primo posto della mia classifica annuale.

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Kimi Djabaté – Dindin (2023)

Kimi Djabaté ha vissuto un’infanzia piuttosto impegnativa e travagliata. Nato e cresciuto in una famiglia povera ma “musicale” a Tabato, Guinea-Bissau, un villaggio rinomato per i suoi griot, cantanti-poeti ereditari le cui canzoni, musiche, racconti e leggende svolgono un ruolo essenziale nella vita culturale dell’Africa occidentale, gli è stato dato il suo primo balafon, uno xilofono africano, all’età di tre anni. Riconosciuto fin da subito come un bambino prodigio, il suo modo di suonare è stato fonte di reddito per la sua famiglia. Ha suonato regolarmente a matrimoni e battesimi dall’età di otto anni, a costo di perdere molte altre attività dell’infanzia, come giocare con gli amici.
Il suo talento gli ha permesso di imparare a suonare la Kora e di padroneggiare sia con la chitarra che una serie di strumenti a percussione. Da giovane, grazie a un programma radiofonico, è stato in grado di assorbire Afrobeat nigeriano e Capo Verdean Morna, oltre a Western Jazz and Blues, suoni che si riverberano nel suo ultimo album.
A 19 anni faceva parte del National Music and Dance Ensemble della Guinea-Bissau, che gli ha dato modo di visitare l’Europa. Successivamente, si stabilì a Lisbona, in Portogallo, dove vive e lavora.
Dindin, è stato registrato in Almada (Portogallo) nel 2021. Come per le incisioni precedenti, è un omaggio alla sua eredità griot, il suo modo di esprimere artisticamente la complessità della vita contemporanea in Africa, sia le gioie e sia gli ostacoli. Il titolo dell’album e la lingua in cui è cantato è Mandinga, la lingua parlata dal popolo Mandinka della Guinea-Bissau settentrionale.
Tradotto in inglese come “bambini”, Dindin è intensamente personale, con canzoni dedicate ai familiari e agli amici, con riferimenti a materie sociali e politiche come l’educazione, i diritti dei bambini e delle donne, la povertà, la comunicazione, la religione e le molte forme di Amore.
Dindin è un album ottimista che mette davvero in evidenza il potere della musica per aiutare a creare un mondo migliore, specialmente per gli africani. La musica di Kimi su Dindin è sia edificante che molto divertente, e allo stesso tempo è un nobile tributo sia alle sue radici di Griot che al suo patrimonio africano.