La storia siamo noi

La storia siamo noi
segnando ogni giorno
una riga che definita è.


La storia siamo noi
piegando la schiena in giù
con il cuore che sudato è.

La storia siamo noi
passando dall’inverno e verso
la primavera che nuova è.


La storia siamo noi
ricordando il ieri che c’era
e l’oggi che è.

La storia siamo noi
amando il rosso e il nero
e chi diverso da noi è.


La storia siamo noi
desiderando il bene tuo
che parte del nostro è.

Sidi Touré – Toubalbero (2018)

La musica è una delle principali risorse culturali del Mali. Risalendo a imperi tanto antichi come quello Mandingo, esiste una tradizione ricchissima di canti di lode. Queste canzoni di lode malinké o mandinghe sono dominio esclusivo dei griot (chiamati djeliw), musicisti ereditari, che sono allo stesso tempo genealologi e storici. Questa musica dei griot è sempre viva e cantata.
Ma la musica maliana è molto più variegata e nuovi stili sono apparsi. Per esempio, c’è la musica bambara che è più ritmica, il mali blues di Kar Kar, il blues songhai di Ali Farka Touré, Afel Bocoum e Sidi Touré, appunto.
Toubalbero, quarto album dell’artista blues malese, si allontana dal tono oscuro e introspettivo di “Alafia” del 2013, producendo un set elettrico, allegro e vivace.
La politica del Mali, la guerra civile che ha coinvolto la nazione africana durante le sessioni per l’album precedente non è più tangibilmente presente in questo lavoro, grazie a un accordo di pace firmato nel 2015, questo cambiamento può essere ascoltato nel vigore e nella vitalità di queste registrazioni.
Chiamato con il nome di un grande tamburo tradizionale usato per chiamare le persone nella sua regione natale di Gao, Toubalbero riunisce un gruppo di musicisti dinamico e decisamente più giovane per sostenere il veterano cantante/chitarrista, prestando uno scoppiettio di energia e festività alle sessioni.
Impiegando per la prima volta cumuli di suoni elettrici e amplificati, questo è il primo album veramente orientato alla musica di Touré dove si sente la band espandersi in groove complessi e pesanti su tracce infuocate come “Tchirey”, “Handaraïzo” e la dura “Kaoula”.
Registrate dal vivo su nastro nel corso di quattro giorni presso lo Studio Bogolan di Bamako e poi mixate dal vivo in uno studio di New York, le canzoni hanno un flusso vivace e una trama leggermente “overdrive”. La sezione ritmica Baba Traoré (basso) e Mamadou “Mandou” Kone (batteria) danno propulsione delle sessioni con muscoli e finezza. A completare la band è il vocalist Babou Diallo, che può essere ascoltato all’unisono, con grande armonia.
Tra i musicisti Songhaï, Sidi è il migliore, si mormora nell’area musicale africana.
Touré intreccia canzoni meravigliosamente strutturate, ognuna delle quali cattura un’istantanea di un singolo stile musicale Songhaï, dalle danze di takamba alle holley suonate in rituali di possessione al gao-gao giocato in momenti gioiosi come i matrimoni.

Solitario giallo

Nella mia solita passeggiata con Forte, una delle due quotidiane, su una panchina c’era questo ranuncolo appena reciso e quindi ancora con linfa vitale. Non era in questa posizione ma per un senso di gratitudine ho voluto “sistemarlo” per poi fotografarlo prima che appassisse e poi morisse.

Cambia

Cambia, in un attimo
E nel tuo viso scende pioggia

Cambia, in un attimo
E nei tuoi occhi sbocciano fiori

Cambia, in un attimo
E il tuo cuore brilla di gioia

Cambia, in un attimo
E la nostra vita cambia

Barena

La vegetazione lagunare non è molto ricca, per lo più sono una decina di specie quelle che la abitano (nel link vi sono scritte quali sono) ma in compenso sono molto originali e suggestive. La loro bellezza sta nel mimetizzarsi armoniosamente con il tutto intorno, come solo la natura sa fare.

Questa foto l’ho scattata a Punta Lunga, una striscia di terra artificialmente costruita per far posto al vicino all’aeroporto di Venezia Marco Polo, inaugurato nel 1961.

Ali Farka Toure & Ry Cooder — Talking Timbuktu (1994)

Un blues dal cuore della terra.
Nel 1994 con la collaborazione di Ry Cooder grande “musa” musicale di tutti i tempi, esce questo Talking Timbuktu, e naturalmente come è immaginabile, per essere stato inserito tra i miei dischi preferiti, rimango deliziato. La cosa che viene subito alla luce è l’equilibrio che nasce dalla combinazione di due “mondi” diversi. Dove per mondi si intende non solo le provenienze naturali dei due musicisti, ma anche la loro diversità di esperienze, culture, vite e suoni.Il disco composto da dieci brani, crea un’atmosfera semplicemente magica e nota dopo nota avviene questo scambio sonoro. Qualunque sia lo strumento in evidenza, si ha modo di “respirare” la musica in una maniera lenta e profonda. Il terreno dove avviene questo scambio sonoro è il blues. E se pur non suonato con i soliti strumenti, la venatura malinconica rimane in evidenza. C’è un qualcosa che traspare dal disco che ricorda una ciclicità: l’amaro e il dolce, gli spazi brevi e ampi, il giorno e la notte, la terra e il mare. Ma quale mare? Il Mali non ha nessun sbocco al mare. Ed è questa una delle tante magie che la musica di questo disco riesce nella sua semplicità a generare. L’immaginare l’immaginabile. Ancora una volta Cooder dimostra di saper entrare in sintonia con lo spirito della musica e dei musicisti che lo accompagnano in ogni sua avventura sonora, senza mai prevaricare, ma con un equilibrio perfetto, riuscendo così a farci conoscere sempre nuove “menti” musicali, regalandoci in questo caso una musica proveniente da un luogo situato alla fine del mondo. Ma con le radici affondate proprio al centro del suo cuore.

Urban graffito

E’ stato rinnovato il “solito” graffito che mediamente viene riverniciato ogni mezzo anno. Pochi colori, soprattutto marcati e scuri, fanno la loro comparsa da alcuni giorni nel solito posto che unisce il Bosco dell’Osellino del rione Pertini con le corti femminili di viale S.Marco.

John Hiatt — Bring the family (1987)

John Hiatt, uno dei migliori songwriter elettrici della scena rock americana con questo disco ha creato il suo capolavoro. Nel’85 la morte della moglie suicida e pochi mesi dopo, la morte della madre, porta Hiatt in una crisi profonda che lo allontana dalla musica portandolo alla dipendenza da alcol e droghe. Sembra che ormai la sua carriera sia finita. Per fortuna però esistono gli amici, esiste Ry Cooder che, gli sta vicino assistendolo e riportandolo un poco alla volta verso la musica. Disintossicato dall’alcool e trovata una nuova stabilità familiare, Hiatt ritorna negli studi di registrazione e in soli quattro giorni, incide Bring the Family.
L’album è la materializzazione musicale di questo momento di vita, della rinascita, della voglia di vivere dopo un periodo che lo ha visto in contatto diretto con la depressione, con il “buio”. Questo disco è un sogno ed è la fine di un incubo.
Registrato in presa diretta insieme ad un trio superlativo Nick Lowe, Jim Keltner e l’amico di sempre RY COODER, fa si che i brani di questo disco siano tesi e forti, un equilibrio perfetto di rabbia e serenità di dubbi e convinzioni.
Quest’opera mette in evidenza le capacità compositive e le notevoli doti vocali dell’artista, è un’opera di un musicista sensibile, ma teso ed arrabbiato, di un uomo che vuole esprimere al mondo la sua prima disperazione e la poi raggiunta tranquillità. Il disco ne acquista in feeling, forza e valore.
Il suono è un misto di rock, blues, soul e R&B, che si fondono nei dieci brani di scarna ed intensa bellezza. Le canzoni sono essenziali, nelle sofferte linee melodiche e cantate con intensità dalla voce nera che Hiatt possiede. Sono reali capolavori; iniziando con la splendida e struggente ballata “Have a little faith in me” per poi proseguire con: Thank you girl, Thing called love, Memphis in the meantime, Lipstick sunset, Tip of my toungue. Bring the Family è un disco che parla di amore, verso le persone, verso la natura, verso il mondo. E’ un disco perfetto: dieci canzoni di grandissimo spessore che sanno regalare emozioni genuine e dirette. Ry Cooder suona splendidamente ed Hiatt canta come non aveva mai fatto in precedenza. Se amate il rock americano non potete certamente farvi scappare questo meraviglioso disco.