Ipersensibilità

Non so se sia l’età, anche se la saggezza dovrebbe rafforzare il sistema limbico non indebolirlo, fatto sta che, da qualche anno indiscutibilmente, mi accorgo di emozionarmi con estrema facilità. Davanti a visioni, azioni contrapposte come violenze o gentilezze, cattiverie o benevolenze, mi ritrovo fragile fino al punto di raggiungere il pianto con molta facilità. Non mi vergogno di esprimere questo sentimento che per molti sembrerà segno di debolezza. A onor del vero la cosa mi imbarazza non poco e preferirei non succedesse ma non ci posso far niente. Da quando ho un cane poi, davanti a soprusi, cattiverie e qualsiasi negatività su animali, su tutti gli animali, sono costretto a cambiare visione per evitare un grande malessere che mi porta solo disagio, sofferenza e inquietudine.
Quello che mi fa specie, e ritorno alle prime righe del post, è che qualche anno fa, la ragione la razionalità mi portava a discernere i fatti e le azioni con più logica, senza scendere in commozione.
Di tutto questo mi domando il perché.

Io non so scrivere

Io non so scrivere, sto imparando a scrivere.
E’ sempre stato un mio grande desiderio scrivere ma, per una serie di “ma”, esclusivamente di mia responsabilità, non l’ho mai messo in pratica. Solo una quindicina di anni fa ho cominciato con la musica.
Grande appassionato, da oltre cinquant’anni, mi sono detto: “Perché non scrivere qualche recensione? Ascolto dischi da sempre, la musica è il mio interesse e piacere primario, desidero imparare a scrivere, quale occasione migliore?”
Con tutte le imperfezioni che un incompetente manifesta come errori grammaticali, ortografici e lessicali, cominciai, consapevole del fatto che ci mettevo il cuore e che l’unica cosa che a me interessava era trasmettere le sensazioni e le emozioni che un disco mi infondeva, al di la dell’inesperienza giornalistica che a me certamente faceva difetto.
Ho scritto qualche centinaio di recensioni e un po’ alla volta le sto riversando in questo neonato blog personale.
Da pochi mesi mi sono avventato nella composizione di qualche haiku e di qualche prosa, senza particolare ambizione poetica. Sono per me semplici pensieri articolati in forma, un modo come un altro per tener uno “scripta manent” in una “mens sana”.


Emozione…

È cosi difficile gestire un emozione?
Quando arriva a me scende una lacrima. Per me è cosi difficile che mi dico sempre: “È come se avessero toccato un nervo scoperto”, una specie di dolore che mi spiazza e che mi fa lacrimare. Quando mi emoziono mi si bagnano gli occhi e mi scende una lacrima. Un’emozione mi colpisce come un’onda di marea e cresce poi come uno tzunami, e mi spiazza perché non so mai esattamente dove andrà a finire. È un po’ come percepire il dolore nell’orecchio quando in realtà è il nervo del dente che, scoperto, soffre e mi fa dolere l’orecchio. Sembra strano, vero?
È cosi difficile gestire un’emozione?
Per me si. Quando mi arrabbio, quando piango e quando rido o resto in silenzio, magari non è proprio per quel che sento o vedo ma perché quel che sento o vedo è andato a toccare chissà dove quel nervo scoperto e mi fa male l’orecchio. Sembra strano vero? A me si. A me sembra strano tutto. La vita è strana. A me sembra strano anche che stia qui a scrivere queste cose che probabilmente non significano nulla e non importeranno a nessuno… Ma che scrivo ugualmente, magari per chissà quale emozione che è in me.

Ci sono…

Ci sono persone che ti piacciono perché le stimi, altre perché sono intelligenti, altre perché sono belle. Ci sono quelle di cui apprezzi l’ironia, la spontaneità, il coraggio. Ci sono quelle che ti stupiscono con un gesto, quelle su cui puoi contare sempre, quelle che ti insegnano qualcosa. Ci sono persone che ti piacciono per come si muovono, per il tono della voce, perché sanno raccontare le cose. Ci sono quelle che ti conquistano con la determinazione, con la bontà, con il talento. Ci sono esseri umani che ti fanno commuovere, che ti illuminano, che hanno il tuo stesso sangue. Ci sono gli amici che scegli, quelli che ti deludono e perdoni, quelli grazie ai quali cambi, quelli per cui non cambi mai. Ci sono persone che ti convincono, che ti sorprendono, che ti affascinano. E poi ci sono le persone che senti. E non necessariamente sono queste cose, forse ne sono alcune, a volte nessuna. Magari non sono perfette, non sono infallibili e sbagliano tutto. Eppure sono le persone che senti. Quelle che sembra che qualcuno vi abbia sintonizzato sulla stessa frequenza radio in un tempo in cui la radio non esisteva ancora.

Incapacità di dire

Delle volte vorremo saper parlare, ma scopriamo che qualcuno prima di noi ha avuto lo stesso bisogno di esprimere lo stesso concetto che avevamo in mente con le parole giuste. Le parole che cercavamo e che non riuscivano ad uscire. Si sente dire spesso: “Non mi vengono le parole!”. Si tratta di situazioni che riteniamo importanti e ci frega la paura di sbagliare. Ne siamo veramente sicuri? E allora perché nelle stazioni, nei bar, nei posti di lavoro o nelle circostanze più familiari succede di non essere sicuri di ciò che si dice? “Dove ho la testa?” diciamo! Perché siamo così insicuri nel parlare. Distrazione. Paura. Incapacità di relazionare. Sono queste le cause?

Probabile.
Il problema è che non sopportiamo di dover convivere con l’angosciante consapevolezza che tutto ciò che vive è già stato descritto, raccontato e analizzato da qualcuno prima di noi. Cosa ci preoccupa allora? Vorremmo inventare, plasmare nuove forme di espressione… Già la forma… la forma.
La forma è solo un espediente. Un modo per dire: “Eh! cosi! Sto dicendo le solite cose ma guardate come le dico bene!”. Eppure è proprio lì che si gioca tutto. Le parole devono avere una forma… quella giusta per essere incastrate nel puzzle della memoria della gente che le ascolta! Se non le mettiamo nel verso giusto nessuno le conserverà. E’ così che funziona ed è proprio per questo che si ha così paura di sbagliare. Noi vogliamo comunicare, ma non sempre ci si riesce… è la nostra angoscia.
Il rimedio ce lo dà la musica (degli altri). La usiamo per esprimere le nostre idee, convinzioni, sentimenti…
Potrei dire che ci sono parecchi cantautori, gruppi o semplicemente musicisti che hanno saputo cogliere degli attimi della mia vita e impressionato per l’esattezza con cui li descrivevano. Ma non ha senso riportarli o citarli perché sebbene mi abbiano messo le parole in bocca, solo io conosco il significato che hanno per me.
Tutti sanno ciò che le parole dicono, ma non ciò che significano!
Ci sono i diritti d’autore sulle parole degli altri… ma sul loro significato non pagheremo mai una tassa, perché solo noi ne conosciamo il valore.

Il ricordo del gusto

Dopo il ricordo del rumore e quello dell’odore, voglio ricordare quello del gusto.
Chiudo gli occhi, la mia memoria si muove in cerca di quei gusti che per un motivo o per un altro hanno lasciato un segno indelebile nei miei ricordi.
Il gelato alla fragola con l’interno di panna è il primo che mi viene in mente, gelato che rigorosamente potevo permettermi solo alla domenica nei mesi estivi.
Poi, ed è forse un segno del destino, il vino, che successivamente diventerà anche protagonista del mio lavoro, vino, che a differenza di oggi, una volta si cominciava ad assaggiare, almeno da noi in campagna, fin dall’adolescenza. Ricordo che non mi piacque subito ma un po’ alla volta ho cominciato ad apprezzarlo, un’usanza fedele che mi ha accompagnato fino ad ora.
Navigo con la mente e mi escono fuori vari gusti: le caramelle Rossana, alcuni dolciumi e quello deciso del castagnaccio.

L’elemento principale di questo senso è la lingua e i suoi recettori, il dolce, l’amaro, l’acido e il salato ma non solo, anche altri “bottoni” gustativi adiacenti come il palato, le tonsille e la faringe hanno la loro “relativa” importanza. Sono questi gli elementi che fanno funzionare il nostro gusto e che ancora una volta fanno, come per i rumori e per gli odori, da separatore “positivo” e “negativo” “buono” o “cattivo” del nostro bagaglio sensitivo. Anche i gusti inevitabilmente che lo vogliamo o no, ci accompagnano in tutta la nostra vita. La nostra mente immagazzina tutti i “file” gustativi e fa da pilota prima di qualsiasi assaggio.
Per assaporare nuovi gusti bisognerebbe però ogni tanto “resettare” i nostri ricordi, solo così riusciremo ad apprezzare nuove “frontiere” gustative.
Ciascuno di noi può raccontare i propri gusti e quindi vi chiedo di provare per un istante a risentire i ricordi gustativi dell’infanzia… cosa sentite? Pardon, cosa gustate?

Il ricordo dell’odore

Dopo il post sul ricordo dei rumori, viene questo sugli odori.
Il primo che viene alla mente è l’odore del caffè che, ancor mezzo assonnato alla mattina, riempiva la cucina. Poco dopo, avviandomi a scuola, immancabilmente entravo nel panificio per la merendina quotidiana e qui “l’apoteosi”, un vortice di profumi: pane misto a dolci, inebriava il mio “se” e il mio “soma”. Sarei rimasto ogni mattina lì, per sempre in quel panificio. Avrei voluto fare il panettiere a vita!
Anche le persone che ho incontrato nella mia vita le ricordo per l’odore, dei loro vestiti e per il profumo che indossavano.
Impressionante è il ricordo dei primi giorni di scuola, il meraviglioso odore della pelle della “cartella”, dell’astuccio e di tutta la cancelleria.
Altri ricordi mi portano inevitabilmente agli odori del cibo, il brodo di gallina domenicale solo per fare un esempio e soprattutto quello ancor presente del vino.

Ogni “odore” è importante per noi in quanto fa da separatore “positivo” e “negativo” del nostro bagaglio sensitivo personale. Gli odori inevitabilmente che lo vogliamo o no, ci accompagnano in tutta la nostra vita.
Gli odori famigliari, dell’ambiente in cui lavoriamo, delle situazioni che frequentiamo, aiutano il nostro ricordo in maniera determinante.
Ciascuno di noi può raccontare i propri odori e quindi vi chiedo di provare per un istante a risentire gli odori dell’infanzia… cosa sentite?

Il ricordo del rumore

Ricordo che da bambino sentivo frequentemente il rumore dei merli nel mio orto alla mattina presto, i vicini si lamentavano di quel “baccano” che disturbava “l’ultimo” sonno.
Ricordo tutta una serie di rumori: il caratteristico stridio dell’avvitamento della caffettiera che sanciva l’inizio di una nuova giornata, il ticchettio della sveglia in cucina, il frastuono che emanavano i raggi della bicicletta al contatto con il cartone appiccicato per farla sembrare una moto, il particolare cigolio della maniglia della porta d’ingresso, le voci di mia madre e mia sorella che già di buonora bisticciavano, le voci delle persone che frequentavano casa, gli svariati suoni soprattutto nella calura estiva…
Senza entrare nei particolari, dato che ciascuna esperienza è assolutamente soggettiva, mi sembra importante sottolineare il valore delle sonorità che ci circondano e che giorno dopo giorno, in sordina, entrano a far parte di un patrimonio sonoro personale.

Spesso, quando si parla di sonorità, è facile pensare all’ultimo successo musicale, alla radio, al cinema o alla televisione, mentre esiste una “mappa sonora” molto sottile e molto resistente allo scorrere del tempo. Sono i suoni dell’ambiente familiare che ci “nutrono”, ci hanno aiutato e ci aiutano a crescere.
Ciascuna persona potrebbe raccontare i propri vissuti sonori e quindi vi chiedo di provare per un istante a riascoltare i suoni dell’infanzia… cosa sentite?