We Have All the Time in the World – Louis Armstrong #4

Dati

E’ sicuramente il più grande tema sonoro della saga filmografica di James Bond. La musica per la canzone è stata composta da John Barry, con i testi di Hal David. John Barry aveva già lavorato ai film di Sean Connery – James Bond e aveva anche arrangiato l’iconico tema principale di Monty Norman “James Bond Theme”.
Hal David è stato uno dei cantautori di maggior successo al mondo nella storia della musica popolare. Meglio conosciuto per la sua collaborazione con Burt Bacharach, è stato dietro alcuni dei più grandi successi degli anni ’50, ’60 e ’70, tra cui “Magic Moments”, “Walk on By” e “I Say a Little Prayer”.
Nel 1969, Louis Armstrong era una star iconica del jazz e della musica popolare, era noto per la voce roca immediatamente riconoscibile e per il suo modo di suonare la tromba molto influente.

Tuttavia, Louis era troppo malato per suonare la sua tromba in quel momento, fu quindi sostituito da un altro musicista. Secondo quanto riferito, fu l’ultima sessione di registrazione di Louis prima di morire nel 1971.
La canzone è stata pubblicata come singolo sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito, nel dicembre 1969. Sorprendentemente, all’epoca non figurava in nessuno dei due paesi. Ebbe finalmente successo nel Regno Unito 25 anni dopo. Nel 1994, è stato utilizzata in una pubblicità di birra Guinness. Questa riedizione lo ha visto raggiungere il terzo posto nelle classifiche del Regno Unito.
Louis Armstrong, nel frattempo si era spento nel 1971: un infarto portò via per sempre il suo sorriso e la sua contagiosa voglia di vivere, ma non riuscì a far dimenticare il grande lascito e l’influenza del jazzista sulla storia della musica, che aveva un debito infinito nei suoi confronti. Nonostante l’insuccesso iniziale We have all the time in the world, il suo capolavoro incompreso e postumo, era riuscito alla fine a strappare se non proprio tutto, almeno un po’ di tempo al mondo per rendergli giustizia.

Pensiero

Sono legatissimo a questo brano. E’ stato ed è ancora una delle colonne portanti della mia vita.
Tra le canzoni più belle d’amore mai registrate, ogniqualvolta che ascolto We have all the time in the world, mi prende un magone, una fitta al petto che si trasforma in brividi, e mi fa accapponare la pelle, e lo fa ancora in maniera fantastica dopo 50 anni.

Quando la registrazione ebbe inizio Armstrong vi mise tutto se stesso, riuscì a imprimere in We have all the times in the world un’emozione palpabile e commovente, facendo quasi trapelare la consapevolezza e la malinconia di chi vive i suoi ultimi anni e vede sfuggire via a poco a poco la bellezza della vita.

Tra tutte le canzoni belle che hanno accompagnato la mia esistenza, questa è quasi sicuramente quella più importante. Non è facile spiegare le sensazioni che provo, un forte sentimento che, attraverso il suono, mi inebria della bellezza della vita. Emozioni che solo la musica riesce a donarmi e le parole per quanto sincere non riescono ad esprimere.

The Chieftains

Non sempre è possibile individuare con precisione il momento in cui un artista, o un gruppo di artisti, valica la linea d’ombra tra l’elité e il mito. Per i Chieftains, uno dei pochi ensemble musicali diventati il simbolo di una nazione, questo coincide con l’uscita e il successo di Barry Lyndon, il capolavoro con cui Kubrick prende atto dell’impossibilità dell’uomo di progredire. Nel 1975 il film al botteghino non fu un successo ma la colonna sonora agì da detonatore sullo spirito di un tempo in cui la musica popolare stava diventando rifugio sicuro per i tanti delusi da un rock che iniziava a dare i segni di una decadenza da Babilonia. Grazie ai Chieftains, il grande pubblico scoprì lo straordinario patrimonio musicale irlandese – qualcosa di molto simile a quello che ha fatto di Tolkien l’alfiere della riscoperta di miti e fiabe celtiche.

Negli anni ’50 l’Irlanda era percorsa dalla febbre per il rock’n’roll e farsi vedere in giro con un violino significava sembrare un gay agli occhi di tutti” racconta Sean Keane, il violista entrato nella band insieme a Peadar Mercier (bodhran) e Derek Bell (arpa celtica) in occasione della registrazione del quarto album, aggiungendosi così al nucleo originario formato alla fine degli anni ’50, oltre che da Moloney, da Sean Potts (tin whistle), Martin Tubridy (flauto, concertina) e Martin Fay (fiddle).

Per ricordare le difficoltà dell’inizio c’è un aneddoto che vale la pena di ricordare: nonostante la crescente popolarità di cui erano circondati, grazie soprattutto ai loro entusiasmanti concerti, ci sono voluti più di dieci anni prima che ciascun componente della band decidesse di lavorare nei Chieftains a tempo pieno, vincendo così la paura di “costringere le proprie famiglie a un futuro incerto”. Moloney, tanto per fare un esempio, per anni è andato in tournée prendendosi le ferie dal suo lavoro di dirigente d’azienda.

Oggi quella dei Chieftains, il cui organico ha subito diversi mutamenti, è la storia di un successo crescente, testimoniato dalla presenza in cartellone dei festival e di eventi più importanti della sfera musicale. Moloney & C. sono ormai identificati con la musica irlandese tradizionale. E, nonostante la disinvoltura con cui affrontano i repertori più disparati, non si sono mai allontanati dalla strada maestra delle proprie radici: è piuttosto il loro approccio al repertorio, quella speciale attitudine – patrimonio esclusivo dei grandissimi – che consente a un artista di svelare al pubblico più vasto tutti i segreti di un repertorio musicale considerato per pochi. Come Miles Davis con il jazz, “I Chieftains sono i Grateful Dead della musica tradizionale” ha detto Larry Kirwan, cantante dei Black 47, gruppo rock irlandese di stanza a New York.

Il successo dei Chieftains è l’ennesima conferma di quanto sterili possano essere le classificazioni troppo rigide: non a caso ormai nella bacheca sono allineati vari Grammy ottenuti in diverse categorie. Con il passare del tempo il gruppo sembra aver assunto un ruolo da testimonial non solo della cultura irlandese ma, più in generale, della musica popolare e della sua volontà di aprirsi al mercato.

Quanto al lavoro sulle possibili contaminazioni tra il proprio passato e la modernità, i Chieftains hanno raggiunto il massimo della creatività con “Irish Heartbeat” l’album capolavoro inciso con Van Morrison, ombroso quanto geniale patriarca musicale dell’Irlanda del blues, del jazz, del rhythm’n’blues e della sofferta spiritualità.

Have A Little Faith – John Hiatt #3

Dati

Have a Little Faith in Me è un brano musicale scritto e interpretato da John Hiatt, che appare nel suo album “Bring the Family“.

Dopo sette dischi pubblicati in studio, il primo risale al 1974, nel 1987 incide il suo ottavo album ed è quello che lo porta al successo planetario. Hiatt ha trentacinque anni ed è reduce da una serie di fatti luttuosi che lo mandano in depressione ma grazie ad una cerchia di amici musicisti, registra “Bring the Family” che in qualche modo ne dichiara la rinascita. Un nuovo amore e una nuova vita danno la forza di continuare. Il passato è ieri e oggi è il domani.
Questo disco è un sogno ed è la fine di un incubo.

Tra gli artisti che hanno eseguito la cover del brano vi sono:

Bill Frisell in versione strumentale nell’album Have a Little Faith (1992);
Joe Cocker nell’album Have a Little Faith (1994);
Jewel per la colonna sonora del film Phenomenon;
Jon Bon Jovi per il film Capodanno a New York.
Mandy Moore, che lo ha pubblicato come singolo nel 2003 estratto dall’album Coverage.

Pensiero

Difficile trovare una canzone che non sia all’altezza in questo album, poi facendo una grande selezione, “Have A Little Faith” è probabilmente la più significativa, per il testo e per il suono che il questo caso si limita ad un pianoforte, e che pianoforte!
Piano e voce che per quattro minuti si intrecciano come la trama e l’ordito. Un piano ‘battente’ con pochissime note, quasi a tenere il passare del tempo e la voce profonda e lirica che pochi sanno utilizzare come Hiatt.
Non c’è molto altro da aggiungere su questa canzone, il testo tradotto, come al solito non rende merito al brano ma in qualche modo rende l’idea del momento che sta attraversando.

Quando la strada si fa buia e non riesci più a vedere
Lascia che il mio amore getti una scintilla e abbi un po’ di fiducia in me
E quando le lacrime che piangi sono tutto quello in cui puoi credere
Permetti a queste amorevoli braccia un tentativo e abbi un po’ di fiducia in me
E quando il tuo cuore segreto non riesce a parlare così facilmente
Vieni qui tesoro, inizia con un sussurro ad avere un po’ di fiducia in me
E quando sei con la schiena al muro basta che ti giri e vedrai, tu vedrai
Ti prenderò, fermerò la tua caduta solo abbi un po’ di fiducia in me
E abbi un po’ di fiducia in me beh, ti ho amata per così tanto tempo ragazza
Non aspettandomi nulla in cambio solo che tu avessi un po’ di fiducia in me
Vedi il tempo, il tempo è nostro amico perché non c’è fine per noi
E tutto quello che devi fare è avere un po’ di fiducia in me, ho detto che ti sosterrò, ti sosterrò
Il tuo amore mi dà abbastanza forza perciò abbi un po’ di fiducia in me
Ho detto ehi, tutto quello che devi fare per me è avere un po’ di fiducia in me.

Frank Zappa

Nel vasto panorama della musica tutta, ci sono dei musicisti, cantanti o per meglio dire “distributori sonori” che si inoltrano in un angolo del nostro cuore e ci rimangono per molto tempo, a volte per sempre.

Frank Zappa è uno di questi. Conosciuto in età adolescenziale, ero più attratto dalla sua estroversione umana che per una reale emozione sonora. Poi con il tempo ho cominciato ad apprezzare anche i suoi dischi e maturato l’idea che la sua musica, oltre a non essere banale, aveva un’ossatura profonda e soprattutto personale.

Il duca della prugne, così era chiamato Frank Zappa, dal brano omonimo che comparve nel suo celebre secondo album “Absolutely Free”. Nessuno prima di lui fu maestro della sovversione musicale, il più illuminato e multiforme dei musicisti generati dalla rivoluzione degli anni sessanta. La parte più ludica e irriverente della cultura rock, l’esempio indomabile di una coscienza scomoda e indigesta al perbenismo americano. Alla cultura rock, Zappa ha insegnato cinismo e parodia, una visione fortemente laica e demitizzata della realtà, mescolando musica e rumori, parole e gemiti, telefonate e sirene. Con pari dignità dimostrava che si poteva eseguire un jodel tirolese e Stravinskij, un chicchirichi e il jazz.
Come per tutti i grandi della musica del nostro tempo, continueremo a domandarci se sia stato o meno un raro, isolato genio del bricolage musicale, oppure un perfetto prodotto della sua epoca, di quegli anni sessanta e settanta così sbeffeggiati dai suoi dischi. Di sicuro Zappa innalzò a suo modo un canto di dolore per una gioventù costretta a rivedere le proprie scelte di vita per sopravvivere. Rifiutava le mode e le etichette e diventò, suo malgrado, il re della controcultura statunitense, attraverso performance, dischi, e persino poster (il più celebre dei quali lo ritrae seduto sul gabinetto del suo appartamento). I suoi testi sono un’esplicita condanna dell’ipocrisia borghese e dell’intero stile di vita americano. Sono dissacranti e irriguardosi, sono una clamorosa dichiarazione di libertà assoluta, un appello ai giovani a liberarsi di certe mode, della musica idiota e, soprattutto, a non accettare di essere considerati solo in quanto “consumatori”.

Purple Haze – Jimi Hendrix #2

Dati

Jimi Hendrix pubblica questo singolo nell’album d’esordio ‘Are You Experienced’ nel 1967.

Purple Haze in inglese significa ‘Foschia viola’ e molte sono le ipotesi sul significato di questo titolo. Fra le tante, due sembrano le più probabili: sulla droga o su un romanzo.
Con il termine Purple Haze viene indicato sia un tipo di marijuana, che un genere di LSD. Questa teoria sembra supportata da un verso della canzone, che recita: “Excuse me while I kiss the sky”, letteralmente “Scusami mentre bacio il cielo”. Infatti, l’espressione “kiss the sky”, baciare il cielo, viene impiegata per indicare gli effetti della cannabis.
Pare che, mentre componeva il testo di Purple Haze, Jimi Hendrix stesse leggendo un romanzo di Philip José Farmer dal titolo Notte di Luce. Si tratta di un racconto fantascientifico, che parla proprio di una sorta di raggio letale viola. Forse, allora, Purple Haze è un omaggio a questo romanzo. 

Esistono numerose cover di Purple Haze, tra le quali una versione di Ozzy Osbourne durante il concerto Moscow Music Peace Festival del 1989 a Mosca, e quella di Frank Zappa durante il live The Best Band You Never Heard in Your Life del 1991.
Davide Van de Sfroos rende omaggio a Jimi Hendrix e alla canzone nel suo brano Il camionista Ghost Rider presente nell’album Yanez

Pensiero

Questa come ‘Like a Rolling Stone’ di Bob Dylan, appartiene alla mia adolescenza.
Fu grazie a ‘Supersonic’, programma radiofonico in onda sul secondo canale di Radio RAI dal 4 luglio 1971 al 16 dicembre 1977, tutte le sere dalle 20.10, un appuntamento serale che divenne punto di riferimento negli anni settanta, che ascoltai per la prima volta questo brano del grande Jimi Hendrix.

Inevitabile fin dal primo ascolto l’energia sonora che trasmetteva, un fulmine che attraversava tutto il corpo e che elettrizzava anche le cellule e i neuroni più assopiti.
Il modo di suonare la chitarra fu una vera rivoluzione, non aveva paragoni, non esisteva un ‘suono’ simile prima di lui e pochi ce ne furono dopo, proprio (anche) per questo, Hendrix fu unico e fu impossibile non annoverare tra i musicisti preferiti.

Hendrix fu un ciclone che attraversò la scena del rock perché oltre ad essere stato un eccellente chitarrista e un grandissimo solista, era impossibile quindi non lasciasse un segno indelebile nella vita di un adolescente degli anni ‘settanta’ che amava la musica rock come ero io.

Hendrix poi, come pochi altri, ebbe una vita molto breve, morì a 28anni, con all’attivo solo quattro dischi e questo aumentò il suo mito e si sa, gli adolescenti crescono con i miti.

Jimi Hendrix

Nel vasto panorama della musica tutta, ci sono dei musicisti, cantanti o per meglio dire “distributori sonori” che si inoltrano in un angolo del nostro cuore e ci rimangono per molto tempo, a volte per sempre.

Mostro sacro della chitarra, geniale musicista della metà degli anni settanta, il suo suono rimarrà presente per decenni e decenni. Nonostante la sua vita musicale durò una manciata di anni, le sue produzioni musicali rimangono tutt’oggi la ricca testimonianza della sua genialità.

Di sicuro una cosa c’è: un prima e un dopo Hendrix. Jimi Hendrix irruppe sulla scena del rock come una meteora incandescente che trasformò l’idea stessa della chitarra elettrica. A tutti gli effetti è stato un musicista simbolo di quegli anni. Nessuno meglio di lui ha incarnato un tratto ineliminabile degli anni Sessanta, ovvero quella sensazione di rincorsa creativa. Tutto correva, i cambiamenti sembravano a portata di mano, gli eventi si succedevano ad un ritmo febbrile. Questa ebbrezza collettiva, Hendrix cercò di interpretarla in una stravolta improvvisazione sonora. I suoi “voli” solistici sembravano sfuggire ai consueti piani narrativi musicali. Le sue invenzioni, i furori creativi, le visioni folgoranti, imponevano continue sfaccettature. Sempre “in fuga” tra progetto e spontaneità, caos e ordine, allo stesso tempo.
Capirne oggi la portata è più difficile, perché ormai tutto è già stato assimilato, digerito, trasformato in ovvio, ma, se pensiamo a quel tempo, quando per la prima volta ci si rese conto del suo “potere”, il suono di quella chitarra dal sapore del nuovo, è assai diverso. Jimi Hendrix ebbe la forza e la capacità di raccogliere il blues fin dove là era arrivato e di scaraventarlo nel futuro.
La sua è stata una corsa sfrenata, sregolata, il clichè dell’artista votato all’autodistruzione, tipico del passaggio tra i sessanta e i settanta.
Hendrix, meticcio come il rock, nero e bianco allo stesso tempo, era padrone di una tecnica stupefacente, il blues scorreva liberamente tra le corde della sua chitarra e cosciente di questo stette al gioco infiammando le platee con un repertorio coreografico che diventò parte integrante del suo mito. La sua Fender Stratocaster era, di volta in volta, la proiezione del suo membro, compagna di torridi amplessi elettrici, suonata coi denti, i gomiti, gli abiti etc. Hendrix aprì la strada ad un utilizzo totale dello strumento, rivelando ai chitarristi nuove possibilità, più funzioni: accompagnamento ritmico, assoli, pure sonorità.
Gli sono bastati tre dischi, a parte le miriadi d’incisioni collaterali, per fissare questa rivoluzione. Tre album che non assomigliavano a nulla di conosciuto, tre dischi dove il rock stesso abbatteva con fulminea rapidità i propri confini. Hendrix partiva dal blues e lo trasformava, mettendo insieme jazz e canzone, rock e rumore, fondendo l’arte dell’improvvisazione propria dei grandi del jazz, a quella del rock. Hendrix sognava, immaginava, non si limitava a suonare. Era un musicista solo, visionario, creativo, pronto a volare sempre più in alto, a bruciarsi le ali con ignote prospettive, capace di abbandonare anche quel rock che gli aveva dato energia, denaro, successo.

Like a Rolling Stone – Bob Dylan #1

Dati

Bob Dylan inserì questo brano nell’album ‘Highway 61 Revisited’ nel luglio del 1965. Per prima cosa va ricordato che questa canzone ha sempre primeggiato in tutte le classifiche mondiali, classificandosi al primo posto nella rivista Rolling Stones per quasi vent’anni fino al 2021.

Like a rolling stone è ispirata da una ragazza che Bob Dylan conosceva di nome Edie Sedgwick, morta a soli 28 anni distrutta dalla droga.
Il testo di questa grande canzone è una lezione sulla vita, in quanto parla dei valori che ritiene più importanti, l’integrità, l’onestà e la famiglia.

Nel corso degli anni è stata rifatta e coverizzata da numerosi artisti tra cui Bob Marley, i Bon Jovi, i Rolling Stones, Green Day, Jimi Hendrix e David Gilmour. 

Pensiero

Sono molto legato a questo brano non solo perché mi accompagna dall’adolescenza ma perché ancora oggi, dopo centinaia di ascolti, riesce a darmi vibrazioni.
I testi sono importanti e tra i primi a prendere atto di questa rivoluzione sono i Beatles che da quel momento cominceranno a dare maggiore importanza ai testi nelle loro canzoni – “Dylan ci mostra la strada”, dirà John Lennon in un’intervista nel 1965 – pubblicando nel dicembre dello stesso anno Rubber Soul, il disco con cui entreranno nella loro maturità artistica.

La sua struttura armonica e il phatos che riesce a trasmettere è unico. E’ forse la prima canzone dove gli strumenti seguono il cantato – e non viceversa, come accade di solito, rendendola unica e rivoluzionaria, l’accompagnamento musicale insegue la voce di Dylan rotolando dietro al testo, vero perno della canzone come mai era avvenuto nel rock.

Il metro infallibile per riconoscere la grandezza e la profondità di una canzone è la Piloerezione, alt, attenzione, che non si pensi male, la Piloerezione altro non è che la ‘pelle d’oca’ che la scienza determina come reazione della pelle provocata dal freddo. In realtà la ‘pelle d’oca’ è anche determinata dalla vibrazione sonora che il cervello, tramite il senso uditivo, trasmette al corpo attraverso la pelle. Questo avviene quando l’emozione è profonda e, questo brano lo è.

Billy Bragg

Nel vasto panorama della musica tutta, ci sono dei musicisti, cantanti o per meglio dire “distributori sonori” che si inoltrano in un angolo del nostro cuore e ci rimangono per molto tempo, a volte per sempre.

Billy Bragg l’ho conosciuto con la pubblicazione del suo primo disco nel 1983. Da quell’anno non l’ho più perso di vista anzi, lo vidi molto bene quando a metà anni ottanta “vissi” un suo concerto sotto il palco all’ex Foro Boario di Treviso con altre poche decine di persone. Bragg infatti, non lo conosceva ancora nessuno in Italia.

Esponente della canzone di protesta degli anni ottanta (nato nel 1957, vero nome Steven Williams) è una sorta di Bob Dylan inglese vent’anni dopo. Cresce col primo punk inglese, ama i clash e ha idee vicine a quelle del partito laburista. La sua peculiarità è soprattutto la sua lingua lunga, schietta e incisiva, le frecciate al potere. La stampa inglese lo definirà Billy il terribile.

E’ Peter Jenner, manager dei Pink Floyd e dei Clash, che gli procura un contratto. Bragg ne esce con sette brani solo chitarra e voce, tra queste A New England entra nelle classifiche indipendenti inglesi. A questo punto Bragg pubblica un (mini) disco “Life’s a riot with spy vs. spy” nel ’83, che balza al primo posto delle classifiche indipendenti ed entra in quelle nazionali. A questo successo seguono lunghi mesi di tournees in tutta Europa e america. E’ del ’84 il suo primo vero disco “Brewing up with Billy Bragg”.

Da quel momento la fama dell’artista cresce vertiginosamente e Bragg è sempre in prima fila a tutte le manifestazioni a sfondo sociale e politico. Seguono altri dischi negli anni a venire, arricchendosi in più di arrangiamenti strumentali. Ma è con il suo settimo album “Workers playtime” dell’ 88 che Billy si dimostra un artista ormai maturo. Ottime composizioni, musicalmente interessanti (She’s got a new spell) una su tutte.

Nel decennio a venire se la sua scelta “militante” è sempre in prima linea, non così è musicalmente parlando. Il “tono” musicale diventa senza dubbio un pretesto per esprimere le proprie accuse a tutto il sistema politico e sociale.

Più tardi accompagnato dai Wilco, esce “Mermaid Avenue” I e II. Bragg mette in musica le ultime liriche scritte da Woody Guthrie e ancora una volta riesce a sorprendere. Testi e musica finalmente vanno a braccetto. Il cantautore e i Wilco compongono melodie superbe su testi pregnanti.

Quello che affascina di Bragg sono le sue canzoni agrodolci sulla vita quotidiana, le sue ballate di vita domestica. Nella sua spartana semplicità riesce a fondere con talento melodico ora confessioni adolescenziali ora meditazioni profonde. Provate ad ascoltare: The Short Answer, Must I Paint You A Picture e Valentine Day Is Over, ve ne accorgerete, sono dei veri gioielli.

Classifica musicale 2021

Da quindici anni è mia consuetudine stilare una classifica dei dischi più belli che ho ascoltato. Questo 2021 non è stato particolarmente esaltante. A parte qualche novità, almeno per me, tipo: i Lowe, Dominique Fils-Aime e gli Another Sky, i restanti sono nomi noti. Questo non significa che i dischi prodotti non siano di buona fattura anzi, ce ne sono alcuni tipo: Van Morrison, Nick Cave & Warren Ellis e Ryam Adams, gli africani Ballaké Sissoko, Femi Kuti e il cubano-africano Omar Sosa e pochi altri che meritano sicuramente ascolto, meglio se attento, proprio perché non sono dischi banali. Non ci sono ‘capolavori’ e l’unico ‘ottimo’ se lo prende il redivivo Van “The man” che, ancora una volta, dopo molto tempo, sforna quello che dagli anni ’90 è la sua miglior produzione. Latest Record Project Volume I: è un disco doppio (2CD), con 28 brani e 127 minuti di musica eccelsa.

Su ‘artesuono‘ la mia classifica completa con le relative recensioni (non mie).

Keith Jarrett

Nel vasto panorama della musica tutta, ci sono dei musicisti, cantanti o per meglio dire “distributori sonori” che si inoltrano in un angolo del nostro cuore e ci rimangono per molto tempo, a volte per sempre.

Il triplo disco in vinile “The Koln Concert”, mi fu regalato da un carissimo amico per i miei diciotto anni. Siamo nel settantasette e gli echi d’oltralpe del Punk cominciano a farsi sentire. Jarrett è sulla scena musicale dal ’67 e ha già all’attivo oltre dieci album.

Jarrett è un pianista impeccabile, vero teorico del tocco e del suono. Nel jazz vero e proprio ha lavorato in periodi diversi, negli anni settanta con il quartetto americano con D. Redman, C. Haden e P. Motian, poi con Jan Garbarek, e dal 1983 nello splendido trio con G. Peacock e J. Dejohnette, ancora oggi in attività. Ma la leggenda di Jarrett è cresciuta soprattutto per la sua attività solista, dove il jazz è solo una parte del tutto. L’inizio è con ‘Facing You’, del 1972, da allora in poi realizza dischi e concerti in perfetta solitudine, nei quali alterna composizioni, riletture e fantastiche improvvisazioni, in una “formula” che ha convinto e coinvolto un pubblico forte e appassionato, spesso malinconico, indubbiamente romantico, ma soprattutto dall’intensità magica con la quale egli riesce a rendere l’ascoltatore partecipe dell’atto della sua creazione, improvvisata in un’atmosfera di profonda sospensione. Il culmine del successo arriva con l’album doppio “The Koln Concert”, realizzato nel 1975, uno dei dischi più venduti di tutta la storia del jazz, gioiello sonoro magnificamente rappresentativo di queste lunghe improvvisazioni introspettive, legate da un flusso ininterrotto nel quale nuclei di idee si trasformano in altri in un incessante racconto del pensiero.