Van Morrison — Into the Music (1979)

Con lo stesso titolo era uscita nel 1975 una biografia dell’artista. Il titolo giusto per l’album sarebbe stato “Into the Music Again”, perchè esso segna il ritorno della voglia di far musica dopo la pausa triennale e due tentativi poco felici. La voglia di cantare è anche il ritorno a vivere, come indicano i titoli di alcune canzoni: “Bright Side of the Road”, “You Make Me Feel So Free” e “And the Healing Has Begun”, in cui ad essere malato era lo spirito e la medicina è, naturalmente, la musica. La voglia di vivere emerge dalla forza della performance canora, mai così convinta e trascinante (“Divertiamoci mentre possiamo/ Non vuoi aiutarmi a cantare questa canzone/ Dal limite scuro della via/ Al lato luminoso della strada”).

Per produrre questo disco non si badò tanto alle spese, e possiamo ascoltare ottimi musicisti, fra ospiti e membri della nuova band. Innanzitutto arriva, dal giro di James Brown, il sassofonista Pee Wee Ellis, cui il precedente Schrorer non era degno neanche di lustrare le scarpe. Alla tromba il giovane Mark Isham, che negli anni successivi toccherà anche le tastiere. A suonare il violino e la viola c’è la splendida italiana Toni Marcus, il vero solista in questa occasione, che purtroppo non verrà più richiamata per gli album successivi. Si può notare come la batteria sia mixata ad un volume molto più alto che, per esempio, in Tupelo Honey: neanche Van è immune dalle mode. Gli elementi nuovi, che rimarrano a lungo, sono la musica celtica, in “Rolling Hills”, e la religione, in “Full Force Gale” (“Sono stato risollevato dal Signore”).

Con una prima facciata di canzoni veloci ed una seconda di canzoni lente, le nove canzoni (più una coda) mostrano praticamente tutte le facce, gli stili, gli atteggiamenti mentali, i trucchi ed il talento del cantante e dell’autore. Descrivere questa goduria di disco è inutile: va acquistato ad occhi chiusi.

Guerre, sfollati e il sasso nell’acqua

Per scelta in questo spazio condivido le mie passioni: la musica, le foto e qualche scritto qua e là. Non per questo esulo dai fatti del mondo anzi, a onor del vero sono sempre presente su quello che mi succede attorno e molte volte mi trovo incredulo, impotente e… disarmato.
Non saranno certo le canzoni che ascolto e le fotografie che faccio a farmi sentire meglio ma in parte mi concedono qualche spiraglio di benessere.

Un benessere circoscritto, fatto di momenti, di ore, perché poi, la realtà dei fatti che succedono, sia essi personali o mai come adesso “sociali”, riportano i nostri pensieri nell’angolo buio della nostra mente.

Nel mondo, solo tra quelle più grosse, si parla di almeno venti guerre attive, ma quello che sta accadendo alle porte d’Europa attira tutte le attenzioni, forse perché le potenze in scena sono quelle che potrebbero davvero scatenare l’armageddon atomico: solo questo dovrebbe far gridare alla pace.

Se tutti gli sfollati costituissero uno stato, questo sarebbe per numero di popolazione il ventesimo al mondo, con circa lo stesso numero di abitanti dell’Italia e la Romania messi insieme.
Nel mondo sono oltre 82 milioni le persone in fuga da guerre devastanti guerre dimenticate, catastrofi climatiche, discriminazioni.

Ogni paese, ogni persona, ha la sua idea di risoluzione per arrivare alla pace ma finché questa idea non sarà comune, i tempi e i modi accontenteranno e allo stesso tempo scontenteranno una parte di essi.

Rimango sempre dell’idea che, l’aforisma del sasso nell’acqua rimanga la soluzione migliore, la più profonda, la più utile e vera.

“Un sasso gettato nell’acqua genera una serie di cerchi, sempre più grandi. Occorre lanciare il sasso perché le cose accadano, fai qualcosa”.

La motivazione porta all’azione, spinge al fare: se non si getta un sasso nello stagno, l’acqua non fa i cerchi. Stare fermi ed attendere il movimento dell’acqua, significa perdere le opportunità che la vita ogni giorno ci prospetta. Innanzi ad uno specchio di acqua immobile, lanciamo un sasso, anche più di uno, fino a quando il moto dell’acqua non riflette la sagoma dei nostri sogni. Occorre lanciare il sasso perché le cose accadano.

Maggiore è il desiderio di raggiungere lo scopo più forte sarà l’energia impressa nel gesto e il numero di cerchi che si verranno a formare fino a quando non toccheranno la riva più lontana.

Ogni persona, dal suo osservatorio privilegiato, lancerà il sasso in ragione del peso che è in grado di sopportare e della forza che è in grado di imprimere nel lancio in quel preciso istante del tempo.

Per lanciare un sasso serve la motivazione, avere analizzato il contesto e avere chiaro l’obiettivo. Il successo transita da lì. La motivazione deriva dal latino movere, che significa spinta all’azione. Se le persone rimangono sedute e non decidono di alzarsi dopo aver terminato il pranzo, non spingono se stesse verso il cambiamento, togliendo l’opportunità al cameriere di bandire la tavola per il convivio successivo.

La pace inizia prima di tutto nella nostra famiglia e poi via via nel nostro condominio, nella nostra via, nel nostro paese, fino ad arrivare alle altre nazioni. Solo così avremmo delle fondamenta solide, solo così si arriverà ad una vera pace, altrimenti il processo per la pace sarà sempre fragile.

Se dopo due guerre mondiali e innumerevoli conflitti che attanagliano l’umanità da secoli, nel duemilaventidue esistono ancora delle guerre vuol dire che l’uomo continua a sbagliare. Basta leggere la storia per capire, per ricordarci che non abbiamo ancora capito nulla.

Have A Little Faith – John Hiatt #3/10

Dati

Have a Little Faith in Me è un brano musicale scritto e interpretato da John Hiatt, che appare nel suo album “Bring the Family“.

Dopo sette dischi pubblicati in studio, il primo risale al 1974, nel 1987 incide il suo ottavo album ed è quello che lo porta al successo planetario. Hiatt ha trentacinque anni ed è reduce da una serie di fatti luttuosi che lo mandano in depressione ma grazie ad una cerchia di amici musicisti, registra “Bring the Family” che in qualche modo ne dichiara la rinascita. Un nuovo amore e una nuova vita danno la forza di continuare. Il passato è ieri e oggi è il domani.
Questo disco è un sogno ed è la fine di un incubo.

Tra gli artisti che hanno eseguito la cover del brano vi sono:

Bill Frisell in versione strumentale nell’album Have a Little Faith (1992);
Joe Cocker nell’album Have a Little Faith (1994);
Jewel per la colonna sonora del film Phenomenon;
Jon Bon Jovi per il film Capodanno a New York.
Mandy Moore, che lo ha pubblicato come singolo nel 2003 estratto dall’album Coverage.

Pensiero

Difficile trovare una canzone che non sia all’altezza in questo album, poi facendo una grande selezione, “Have A Little Faith” è probabilmente la più significativa, per il testo e per il suono che il questo caso si limita ad un pianoforte, e che pianoforte!
Piano e voce che per quattro minuti si intrecciano come la trama e l’ordito. Un piano ‘battente’ con pochissime note, quasi a tenere il passare del tempo e la voce profonda e lirica che pochi sanno utilizzare come Hiatt.
Non c’è molto altro da aggiungere su questa canzone, il testo tradotto, come al solito non rende merito al brano ma in qualche modo rende l’idea del momento che sta attraversando.

Quando la strada si fa buia e non riesci più a vedere
Lascia che il mio amore getti una scintilla e abbi un po’ di fiducia in me
E quando le lacrime che piangi sono tutto quello in cui puoi credere
Permetti a queste amorevoli braccia un tentativo e abbi un po’ di fiducia in me
E quando il tuo cuore segreto non riesce a parlare così facilmente
Vieni qui tesoro, inizia con un sussurro ad avere un po’ di fiducia in me
E quando sei con la schiena al muro basta che ti giri e vedrai, tu vedrai
Ti prenderò, fermerò la tua caduta solo abbi un po’ di fiducia in me
E abbi un po’ di fiducia in me beh, ti ho amata per così tanto tempo ragazza
Non aspettandomi nulla in cambio solo che tu avessi un po’ di fiducia in me
Vedi il tempo, il tempo è nostro amico perché non c’è fine per noi
E tutto quello che devi fare è avere un po’ di fiducia in me, ho detto che ti sosterrò, ti sosterrò
Il tuo amore mi dà abbastanza forza perciò abbi un po’ di fiducia in me
Ho detto ehi, tutto quello che devi fare per me è avere un po’ di fiducia in me.

Combinazioni

Rami foglie e ombre gialle,
accordano il trascorrere
dei giorni e del tempo.

Riposo e decomposizione
accompagnano il trapasso
dove s’apre il bosco.

Ruoli che si ripetono nel
ciclo continuo inarrestabile
della vita e della morte.

Ivano Fossati — Musica Moderna (2008)

A due anni dall’ottimo “L’Arcangelo” arriva un’ennesima bella, autentica, opera “Musica Moderna”. Lo stile inconfondibile di Ivano Fossati è ancora una volta messo in evidenza in questo disco che è in grado di parlare d’amore (e non solo) in un modo unico. Fossati è in grado di usare le parole come carezze, parole che arrivano al cuore senza sentimentalismi, senza sdolcinature. Il cinquantasettenne musicista ligure, stanco di essere considerato solo per i suoi testi, già da diversi dischi ha cominciato a dar importanza anche ai suoni, questo naturalmente gioca a suo favore in quanto l’approccio risulta facile a un pubblico maggiore. Il suo è un viaggio introspettivo all’interno dell’essere umano. E’ grande Fossati nel riuscire a “trasportare” quelli che sono i sentimenti “personali” nel “sociale”. E’ facile farsi “prendere” dalle sue melodie, dalle sue parole, perché ascoltandolo bene è impossibile non trovare nei suoi testi qualcosa di noi. “Like motif” del disco è lo sguardo al futuro ricordando il passato, “teoria” applicata sia nel privato che nel pubblico. Le undici canzoni dell’album coinvolgono in una maniera entusiasmante e a volte commovente. Il primo brano “Il Rimedio” è una canzone di grande impatto, e ci fa capire di cosa tratterà l’intero disco. “Miss America” brano con atmosfere “reggaeggianti” carico di trasporto e molto piacevole. “Cantare a memoria” (l’inizio ricorda i Radiohead) classica canzone alla “Fossati” dove il testo fa la sua parte e la voce non è da meno. “Il paese dei testimoni” è una delle canzoni “più”, il riff sommato al ritmo, crea un bel sound, indovinato. “D’amore non parliamo più”, poesia pura, bella, come l’organo in sottofondo. “Last Minute” ottima canzone, probabilmente la migliore, per come è costruita e arrangiata. “Musica moderna” brano “manifesto” dell’intero disco. “La guerra dell’acqua” costruita su una problematica ecologica, la canzone ha riferimenti politici e sociali “diretti”. “Parole che si dicono” seconda classica canzone alla “Fossati”. “Illusione” rimembranze di vecchio sound, lo stile ricorda il tango. “L’amore trasparente” chiusura dell’album con quella che è la canzone più riuscita, parole e musica perfettamente amalgamate, bellissima. Anche questa volta Ivano Fossati si conferma fra i maggiori artisti del nostro Paese. Senza dubbio, con questo disco dimostra la sua maturità artistico/musicale, la sua straordinaria preparazione, non solo come autore e interprete, ma anche come musicista.

Quote #11

Per quanto sia lungo e faticoso, il viaggio di uscire da noi stessi e andare verso l’altro è l’unica vera forza che fa avvicinare una sensibilità ad un’altra.

Frank Zappa

Nel vasto panorama della musica tutta, ci sono dei musicisti, cantanti o per meglio dire “distributori sonori” che si inoltrano in un angolo del nostro cuore e ci rimangono per molto tempo, a volte per sempre.

Frank Zappa è uno di questi. Conosciuto in età adolescenziale, ero più attratto dalla sua estroversione umana che per una reale emozione sonora. Poi con il tempo ho cominciato ad apprezzare anche i suoi dischi e maturato l’idea che la sua musica, oltre a non essere banale, aveva un’ossatura profonda e soprattutto personale.

Il duca della prugne, così era chiamato Frank Zappa, dal brano omonimo che comparve nel suo celebre secondo album “Absolutely Free”. Nessuno prima di lui fu maestro della sovversione musicale, il più illuminato e multiforme dei musicisti generati dalla rivoluzione degli anni sessanta. La parte più ludica e irriverente della cultura rock, l’esempio indomabile di una coscienza scomoda e indigesta al perbenismo americano. Alla cultura rock, Zappa ha insegnato cinismo e parodia, una visione fortemente laica e demitizzata della realtà, mescolando musica e rumori, parole e gemiti, telefonate e sirene. Con pari dignità dimostrava che si poteva eseguire un jodel tirolese e Stravinskij, un chicchirichi e il jazz.
Come per tutti i grandi della musica del nostro tempo, continueremo a domandarci se sia stato o meno un raro, isolato genio del bricolage musicale, oppure un perfetto prodotto della sua epoca, di quegli anni sessanta e settanta così sbeffeggiati dai suoi dischi. Di sicuro Zappa innalzò a suo modo un canto di dolore per una gioventù costretta a rivedere le proprie scelte di vita per sopravvivere. Rifiutava le mode e le etichette e diventò, suo malgrado, il re della controcultura statunitense, attraverso performance, dischi, e persino poster (il più celebre dei quali lo ritrae seduto sul gabinetto del suo appartamento). I suoi testi sono un’esplicita condanna dell’ipocrisia borghese e dell’intero stile di vita americano. Sono dissacranti e irriguardosi, sono una clamorosa dichiarazione di libertà assoluta, un appello ai giovani a liberarsi di certe mode, della musica idiota e, soprattutto, a non accettare di essere considerati solo in quanto “consumatori”.

Quotidianità

Inizio la giornata mettendo il caffè sul fuoco e mentre aspetto che dal beccuccio esca quel concentrato dal colore nero, pianifico delle cose da fare. Nulla di particolarmente importante; portare fuori il cane, fare due spese e mettere un po’ di ordine nello studio. Mentre sorseggio il caffè, rigorosamente molto caldo, sorrido sulle battute di Dose e Presta e penso che anche nella quotidianità delle cose, dove l’abitudine è sicurezza e serenità, c’è del bello, una piacevole conquista. A pochi mesi dalla fine della fase lavorativa, comincio ad assaporare uno dei lati apprezzabili della pensione: la mente sgombra da incombenze. Non ci si abitua subito a questa soave realtà, ma credetemi, se la si sa gestire con sobrietà e una bellissima esperienza.

Sensazioni

Emozioni che ci possiedono,
come terre selvagge,
ampie e inesplorate.

Brividi che ci pervadono,
come carezze mansuete,
generose e conosciute.

Ansie che ci prendono,
come maschere anonime,
dubbiose e ambigue.

Marzo 2022

Le parole si trovano a fatica in quest’ora del mondo così oscura.
Tuttavia, mentre follia e insipienza governano l’umanità, il regno naturale cammina piano, ma inesorabile, verso il risveglio.
Qui, in questo angolino di mondo, le gemme si ingrossano e il ciliegio partorisce i primi fiori divini.
C’è molta sete, sete di pioggia, sete di uomini e donne diversi. C’è fame di vita, di vita rinnovata, semplice, vera e libera. C’è tanto bisogno di coscienza, di etica e di serenità.

Purple Haze – Jimi Hendrix #2/10

Dati

Jimi Hendrix pubblica questo singolo nell’album d’esordio ‘Are You Experienced’ nel 1967.

Purple Haze in inglese significa ‘Foschia viola’ e molte sono le ipotesi sul significato di questo titolo. Fra le tante, due sembrano le più probabili: sulla droga o su un romanzo.
Con il termine Purple Haze viene indicato sia un tipo di marijuana, che un genere di LSD. Questa teoria sembra supportata da un verso della canzone, che recita: “Excuse me while I kiss the sky”, letteralmente “Scusami mentre bacio il cielo”. Infatti, l’espressione “kiss the sky”, baciare il cielo, viene impiegata per indicare gli effetti della cannabis.
Pare che, mentre componeva il testo di Purple Haze, Jimi Hendrix stesse leggendo un romanzo di Philip José Farmer dal titolo Notte di Luce. Si tratta di un racconto fantascientifico, che parla proprio di una sorta di raggio letale viola. Forse, allora, Purple Haze è un omaggio a questo romanzo. 

Esistono numerose cover di Purple Haze, tra le quali una versione di Ozzy Osbourne durante il concerto Moscow Music Peace Festival del 1989 a Mosca, e quella di Frank Zappa durante il live The Best Band You Never Heard in Your Life del 1991.
Davide Van de Sfroos rende omaggio a Jimi Hendrix e alla canzone nel suo brano Il camionista Ghost Rider presente nell’album Yanez

Pensiero

Questa come ‘Like a Rolling Stone’ di Bob Dylan, appartiene alla mia adolescenza.
Fu grazie a ‘Supersonic’, programma radiofonico in onda sul secondo canale di Radio RAI dal 4 luglio 1971 al 16 dicembre 1977, tutte le sere dalle 20.10, un appuntamento serale che divenne punto di riferimento negli anni settanta, che ascoltai per la prima volta questo brano del grande Jimi Hendrix.

Inevitabile fin dal primo ascolto l’energia sonora che trasmetteva, un fulmine che attraversava tutto il corpo e che elettrizzava anche le cellule e i neuroni più assopiti.
Il modo di suonare la chitarra fu una vera rivoluzione, non aveva paragoni, non esisteva un ‘suono’ simile prima di lui e pochi ce ne furono dopo, proprio (anche) per questo, Hendrix fu unico e fu impossibile non annoverare tra i musicisti preferiti.

Hendrix fu un ciclone che attraversò la scena del rock perché oltre ad essere stato un eccellente chitarrista e un grandissimo solista, era impossibile quindi non lasciasse un segno indelebile nella vita di un adolescente degli anni ‘settanta’ che amava la musica rock come ero io.

Hendrix poi, come pochi altri, ebbe una vita molto breve, morì a 28anni, con all’attivo solo quattro dischi e questo aumentò il suo mito e si sa, gli adolescenti crescono con i miti.

Errori

Molte volte penso al passato e agli errori fatti.

Gli errori, come dicono gli psicologi e i saggi, non fanno solo male ma sono anche un’opportunità. Per questo non vanno demonizzati ma accettati come ingredienti necessari, e spesso preziosi, di ogni esperienza. Gli errori permettono infatti di sperimentare, di esplorare le varie possibilità, fino a individuare la decisione migliore.

La verità è che non siamo mai pronti né abbastanza sicuri di nulla. Si prova, si sbaglia, si soffre e si spera di crescere.

Alla mia non più tenera età, non posso che confermare questa tesi.

Gli errori sono serviti, servono, sono esperienze. Se ne prende atto, gli si accetta.
La vita richiede molta pratica.

Jimi Hendrix

Nel vasto panorama della musica tutta, ci sono dei musicisti, cantanti o per meglio dire “distributori sonori” che si inoltrano in un angolo del nostro cuore e ci rimangono per molto tempo, a volte per sempre.

Mostro sacro della chitarra, geniale musicista della metà degli anni settanta, il suo suono rimarrà presente per decenni e decenni. Nonostante la sua vita musicale durò una manciata di anni, le sue produzioni musicali rimangono tutt’oggi la ricca testimonianza della sua genialità.

Di sicuro una cosa c’è: un prima e un dopo Hendrix. Jimi Hendrix irruppe sulla scena del rock come una meteora incandescente che trasformò l’idea stessa della chitarra elettrica. A tutti gli effetti è stato un musicista simbolo di quegli anni. Nessuno meglio di lui ha incarnato un tratto ineliminabile degli anni Sessanta, ovvero quella sensazione di rincorsa creativa. Tutto correva, i cambiamenti sembravano a portata di mano, gli eventi si succedevano ad un ritmo febbrile. Questa ebbrezza collettiva, Hendrix cercò di interpretarla in una stravolta improvvisazione sonora. I suoi “voli” solistici sembravano sfuggire ai consueti piani narrativi musicali. Le sue invenzioni, i furori creativi, le visioni folgoranti, imponevano continue sfaccettature. Sempre “in fuga” tra progetto e spontaneità, caos e ordine, allo stesso tempo.
Capirne oggi la portata è più difficile, perché ormai tutto è già stato assimilato, digerito, trasformato in ovvio, ma, se pensiamo a quel tempo, quando per la prima volta ci si rese conto del suo “potere”, il suono di quella chitarra dal sapore del nuovo, è assai diverso. Jimi Hendrix ebbe la forza e la capacità di raccogliere il blues fin dove là era arrivato e di scaraventarlo nel futuro.
La sua è stata una corsa sfrenata, sregolata, il clichè dell’artista votato all’autodistruzione, tipico del passaggio tra i sessanta e i settanta.
Hendrix, meticcio come il rock, nero e bianco allo stesso tempo, era padrone di una tecnica stupefacente, il blues scorreva liberamente tra le corde della sua chitarra e cosciente di questo stette al gioco infiammando le platee con un repertorio coreografico che diventò parte integrante del suo mito. La sua Fender Stratocaster era, di volta in volta, la proiezione del suo membro, compagna di torridi amplessi elettrici, suonata coi denti, i gomiti, gli abiti etc. Hendrix aprì la strada ad un utilizzo totale dello strumento, rivelando ai chitarristi nuove possibilità, più funzioni: accompagnamento ritmico, assoli, pure sonorità.
Gli sono bastati tre dischi, a parte le miriadi d’incisioni collaterali, per fissare questa rivoluzione. Tre album che non assomigliavano a nulla di conosciuto, tre dischi dove il rock stesso abbatteva con fulminea rapidità i propri confini. Hendrix partiva dal blues e lo trasformava, mettendo insieme jazz e canzone, rock e rumore, fondendo l’arte dell’improvvisazione propria dei grandi del jazz, a quella del rock. Hendrix sognava, immaginava, non si limitava a suonare. Era un musicista solo, visionario, creativo, pronto a volare sempre più in alto, a bruciarsi le ali con ignote prospettive, capace di abbandonare anche quel rock che gli aveva dato energia, denaro, successo.

Ci sono ancora

Sento ancora palpabili le cicatrici passate, ci sono ancora.
Affetti feriti, responsabilità mancate, molte volute.
Avevo sperato in un disegno nuovo della realtà, in una forza che intervenisse a cambiare le cose con naturalezza e decisione, allo stesso tempo.
Invece, ci sono ancora.
Sono presenti e non le so gestire o meglio rimuovere.
Tornano casualmente e lievemente si insinuano nelle pieghe del pensiero, senza regole ma avvertibili, ci sono ancora.
Sono una regola e pertanto so gestirla ma vorrei tanto diventasse una eccezione, e non ci fosse più.

Quote #10

Le immagini sono come le parole: rivelano sensazioni, suggestioni ed emozioni in egual modo. Suggeriscono, motivano, esortano, provocano e feriscono in egual modo.

Una parola ha vari significati, un’immagine può averne molti di più.

Un’immagine esprime sempre qualcosa perché se manca un reale messaggio interviene la fantasia, il sogno, l’illusione, l’utopia.

Le immagini vanno oltre le parole, solo se si sa comprenderle.