Paul Simon — Graceland (1986)

Oggettivamente questo disco è passato alla storia per due motivi: ha sancito la nascita “ufficiale” della world music ed è uno dei simboli del passaggio del Sudafrica alla democrazia.

Per quel che mi riguarda c’è un terzo motivo: è grazie a questo album che è nata la mia passione per la musica africana.
Non è retorica dire che lungo le canzoni di “Graceland” è passata la storia, e non quella della musica, ma proprio la storia del Sudafrica. Oggi si comincia a dimenticare, almeno guardando da lontano, che è esistito un Sudafrica non libero e non democratico e, per chi non lo sa o non lo ricorda, questo è solo un disco di un cantautore americano con musicisti africani.
Ma allora no, allora nel 1986, Graceland suscitò passioni, rabbia, polemiche.

Paul Simon ha sempre amato la musica di mondi diversi dal suo. Lo aveva già fatto anni prima insieme a Art Garfunkel, facendo scoprire a milioni di ascoltatori le malinconie andine aggiungendo parole alla melodia tradizionale di “El condor pasa”. Successivamente nel 1984 grazie a un disco scoprì per caso la musica dei ghetti neri di Johannesburg. Ne fu talmente affascinato che volle andare sul posto per registrare qualcosa insieme ai musicisti locali. Ma nei confronti del Sudafrica era in atto un embargo e suonare significava appoggiare indirettamente il regime segregazionista.
Ci fu poi la polemica che dipingeva Simon come il bianco ricco che si può pagare tutti gli sfizi che vuole sfruttando la musica altrui. Il dibattito diventò caldissimo, diversi musicisti inglesi attaccarono senza mezzi termini il collega americano e qualcuno notò come nei testi mancasse il minimo accenno alla situazione sudafricana.
Oggi la storia ha dato ragione a Simon; Graceland è tradizionalmente considerato l’inizio ufficiale della world music nonché uno dei simboli del passaggio del Sudafrica alla democrazia.
Musicalmente parlando è un bel disco, pieno di melodie nitide e a volte memorabili, rese intense dalle voci pirotecniche dei Ladysmith Black Mambazo e scintillanti dai riff chitarristici di Ray Phiri.

Massimo Bubola — Ballate di Terra e d’Acqua (2008)

Sono 11 i brani inseriti in “Ballate di Terra e d’Acqua”, nuovo disco di Massimo Bubola. Undici canzoni legate da due elementi fondamentali per la nostra esistenza: la “Terra” e quindi le radici, la storia, la profondità e “l’acqua” e quindi la fluidità, il presente, la trasparenza. E’ un album sostanzialmente rock questo diciassettesimo lavoro di Bubola, risale, infatti, al 1976 il suo primo disco “Nastro giallo”.

Non incline a compromessi, il cantautore veronese collaboratore storico di Fabrizio De Andrè, (con il quale ha scritto due bellissimi album: “Rimini” e “L’indiano” e canzoni famose come “Andrea”, “Fiume Sand Creek”, “Don Raffaé”, “Sally”, “Rimini”, “Franziska”) ha fatto della sua coerenza il suo marchio di fabbrica.

Diritto per la sua strada ha sfornato una serie di dischi più o meno fortunati senza mai cadere nella morsa commerciale e anche questo disco, infatti, non scalerà (per fortuna) i primi posti delle classifiche di vendita.
Bubola abbandona in questo lavoro le tastiere e i violini, accentuando di più le chitarre e creando così un suono più rock. Il disco viene subito assimilato grazie alla semplicità e alla struttura delle canzoni, le parole e le musiche sono ben amalgamate, e questo rafforza l’equilibrio non sempre facile per brani di un certo spessore, canzoni in cui il testo ha una valenza primaria quanto la musica.
Tutti i brani si mantengono su una buona media ed è difficile stilare una graduatoria, questo dimostra ancora una volta l’omogeneità, l’intensità, la profondità, tutti valori aggiunti dall’esperienza ormai trentennale del nostro migliore folksinger italiano.
In definitiva “Ballate di Terra & d’Acqua” è la dimostrazione della serietà e della bravura di Massimo Bubola, a conferma che la coerenza alla fine paga sempre.

Pentangle — Cruel Sister (1970)

Il folk” dissero un giorno Bert Jansch e John Renbourn “non ha bisogno degli amplificatori e l’unica elettricità che serve è quella che passa dalla terra ai piedi dei danzatori dei balli tradizionali”.
Cruel Sister fu una decisione sofferta ma inevitabile, rischiosa ma attraente, per questo disco i Pentangle portarono in studio delle chitarre elettriche, un’assoluta novità.
Punta di diamante del folk revival inglese, alternativi e al tempo stesso complementari ai Fairport Convention e agli Steeleye Span, i Pentangle si formano nel 1967.

Il quintetto (apposta chiamati Pentangle) di stampo classico, furono sin dall’inizio “condizionati” dalle diverse personalità dei vari componenti: i due citati chitarristi, Jansch e Renbourn, Danny Thompson, Terry Cox e la cantante Jacqui McShee… un impasto eterogeneo di forte impatto.
I Pentangle realizzarono diversi lavori cruciali, tutti frutto di una saggia e spontanea forma di contaminazione, dove l’istinto ha il soppravvento sul calcolo.
Cruel Sister, (tra gli ultimi fuochi della miglior stagione del folk revival inglese), ha il fascino del rigore della tradizione popolare, i brani sono tutti pescati nel repertorio tradizionale, la ricerca, la perizia musicale, la freschezza vocale ci regalano un capolavoro di grande valore.
Pur avvalendosi di forti innovazioni, il disco riesce a mantenere la forza di penetrazione dei dischi precedenti: “Sweet Child” o “Basket of Light” ma con un qualcosa in più. Tutti i musicisti sono al loro massimo e la ricerca e l’innovazione sono portate all’estremo. Il culmine si raggiunge con Jack Orion, 18 minuti di durata, (che occupa tutto il secondo lato del disco originale in vinile). Tutto il materiale è arrangiato con maestria, i brani sono interpretati con sopraffina duttilità strumentale. L’intreccio delle chitarre acustiche ed elettriche, la voce soave della McShee, creano un flusso sonoro e una scorrevolezza che rende questo ”Cruel Sister” un disco unico.

Willie Nelson & Wynton Marsalis — Two Men with the Blues (2008)

Chi conosce le caratteristiche musicali di questi due musicisti; Willie Nelson e Wynton Marsalis, sa che, sono due dei più grandi musicisti nel loro settore. L’uscita di questo album ha suscitato a molti la domanda: “Che improbabile disco possono incidere due persone così diverse musicalmente parlando”, la risposta è semplice: la loro comune passione e amore per il blues e il jazz ’standard’.

Willie Nelson countryman e Wynton Marsalis jazzman, si incontrano per due serate, il 12 e 13 gennaio 2007, al Jazz Lincoln Center di New York ed eseguono due concerti splendidi.

Il paese, l’uomo semplice di campagna (W. Nelson) incontra la città, l’uomo colto metropolitano (W. Marsalis), titolano i critici musicali nelle loro testate giornalistiche. E se questa è la realtà della loro vita quotidiana, l’altra realtà è che ne esce fuori un disco bello, unico, godibile.

L’abbinamento, Willie (voce) e Mickey Raphael (armonica) e la band di Marsalis (tromba e voce), Walter Blanding (sassofono), Dan Nimmer (piano), Carlos Henriquez (basso) e Ali Jackson (batteria) danno come risultato un disco carico di blues, dove la gioia di suonare traspare straordinariamente.

Two Men with the Blues inizia con uno swing classico del jazz standard “Bright Lights Big City” per poi passare a “Night Life” un bellissimo blues lento. “Caledonia” è il primo brano blues/jazzato e la famosa “Stardust”, un classico del repertorio di Nelson, non fa rimpiangere la versione originale di Gershwin. Il brano “Basin Street Blues”, reso celebre da Louis Armstrong, sommano altri cinque minuti di straordinaria musica prima di passare ad un altro capolavoro del repertorio classico che è “Georgia on My Mind”. Il settimo brano “Rainy Day Blues” un po’ come il terzo brano, è una canzone blues/jazzata ed è il brano dove la bravura dei strumentisti è evidente. “My Bucket ‘s Got A Hole in It” è un classico jazz standard che si avvia verso la chiusura del disco con la penultima canzone che è “Ain’t Nobody’s Business”, cantata anche da Billie Holiday e poi “ That’s All” altro classico immancabile, che chiude concerto e disco.

“Due uomini con il Blues” non è solo una performance live di blues e jazz standard, ma è il risultato sonoro che dimostra quanto sia grande la passione per la musica, di questi due straordinari uomini e musicisti.

Ry Cooder — I, Flathead (2008)

“In un mondo in cui è difficile mantenere la soglia dell’attenzione oltre i tre minuti di un videoclip o di una news, pensare in termini di trilogia è già un atto coraggioso, estremo e ammirevole”. Marco Denti

Nonostante la sua non più tenera età, Ry Cooder è di nuovo in corsa per lanciarsi in una nuova avventura. La sua missione è: ‘salvare quel che resta della musica tradizionale, il gioiello più prezioso della pietra verde’ (Indiana Jones). Un gioiello che però sta rapidamente svanendo assieme ai suoni, ai modi di dire e di vivere delle comunità di cui è stata, e in certi casi è tutt’ora espressione.

Non a caso la fama di questo eclettico chitarrista e compositore californiano resta legata a memorabili riscoperte come quella dei nonnetti cubani del “Buena Vista Social Club” o come l’album “Talking Timbuctu”, favoloso compendio della tradizione maliana, rappresentata dal grande bluesman Alì Fraka Tourè.
Negli ultimi anni Cooder è tornato ad esplorare le tradizioni musicali legate alla natìa california, prima con “Chavez Ravine” (2005), poi con “My Name Is Buddy” (2007) e ora con “I, Flathead”, lavoro che conclude la trilogia californiana.

“Più che suonare dal vivo, quello che ancora mi stimola ad andare avanti, a 61 anni, è il piacere di fare i dischi, ascoltare un disco è un po’ come leggere un libro: un’esperienza totale.” Ry Cooder

I, Flathead è un viaggio in una california a metà del 20° secolo, i soggetti sono gli stessi nei due dischi precedentemente pubblicati: strade lunghe asfaltate e a volte polverose, taverne e nightclub, auto potenti e sole cuocente, alcol e donne quando si trovano. Un viaggio nella California multietnica alla ricerca di un sogno. I suoni sono fatti di country e di rock’n’roll e quelli di una terra di confine, mariachi ed echi cubani.
Flathead conclude “il cerchio” senza particolari scosse. My Name is Buddy resta il fulcro centrale di questa trilogia mentre Chavez Ravine e quest’ultimo rimangono per certi versi i due satelliti complementari. Chavez esplora complesse sonorità da renderlo a tratti di un’estrema bellezza e Flathead che impressiona per la varietà di soluzioni ritmiche, riassumendo come è giusto che sia le caratteristiche dei due dischi precedenti.
Tre dischi che raccontano di un’America passata, probabilmente forse solo esaltata, ma che sempre America è.

Muddy Waters — Folk Singer (1964)

Folk Singer è stato uno dei momenti più intensi della straordinaria e imponente storia artistica di Muddy Waters. Fu un disco “unplugged” quando questo termine non era certo in voga. Fu un’esperienza che permise all’uomo dalle grandi mani, dalla voce tonante e dal sorriso contagioso di ritrovare e trasmettere la forza libera e impetuosa del blues. Un viaggio attraverso le radici, giù nel delta del Mississipi, dove era nato e dove aveva incontrato per la prima volta quella che sarebbe diventata la sua musica.

All’inizio Waters non era per niente convinto, fu infatti la sua casa discografica; la Chess, ad avvalorare il progetto, l’esito fu sbalorditivo. La Chess voleva ampliare il pubblico di Waters, e legarlo al termine “folk” (che in quel periodo riscuoteva grande successo in America).
Fu così che Waters lasciò a casa le chitarre elettriche, gli amplificatori e soprattutto i musicisti del suo gruppo. E, anche se non venne fuori quello che esattamente voleva la Chess, venne fuori qualcosa di vibrante che confermava quanto Waters fosse padrone della sua arte. Senza il pulsare degli strumenti elettrici, senza quel suono che aveva caratterizzato le incisioni precedenti, la sua voce era più che mai profonda e prepotente.
Il repertorio è composto da brani familiari per Waters, ma con qualcosa in più, qualcosa di nuovo, più Canto & Chitarra, è il risultato è sorprendente. Waters racconta i suoi problemi, ricorda le sue donne e la sua solitudine diventa quella di tutti, in fondo il Blues è questo, Folk Singer è questo.

Van Morrison — Keep it Simple (2008)

Anche ai morrisiani di fede come il sottoscritto, l’uscita di un nuovo disco, non crea più molta trepidazione. Questo è dovuto al fatto che ormai il nostro ci ha abituato ad un trend sonoro che, ad onor del vero, si rivela a volte un po’ stantio. Non è il caso o almeno in parte di questo suo ultimo lavoro “Keep it Simple”.
KiS è un buon disco, buona è la media, infatti, una metà dei brani (soprattutto nella prima parte) è ottima, mentre i restanti sono sufficienti e annoiano un po’.

E’ nel titolo di questo 35° disco il significato dell’opera: semplicità. I suoni, infatti, sono lineari e semplici. Il rosso irlandese passa in rassegna i generi a lui più congeniali: il rock, folk, country, blues, gospel e soul, le sue radici insomma, il Morrison di sempre.

Non c’è abbondanza di strumenti, non ci sono archi e i fiati sono minimi, Van usa soprattutto chitarre, tastiere e naturalmente al voce. La voce è ormai l’elemento fondamentale dei suoi ultimi dischi, una voce minacciosa, potente, come quella di un vecchio leone, una voce che a 62 anni non perde un colpo, anzi migliora, come un whisky di classe.

In conclusione: Keep it Simple è senz’altro il disco più riuscito degli anni duemila, come è vero che, anche i suoi dischi minori, rispetto alla media della produzione discografica internazionale, sono una spanna superiori.

Un consiglio sento di dare al nostro musicista: visto l’età, caro “The Man”, perché non diradare le tue uscite discografiche in favore di più qualità? Dove per qualità intendo quei dischi che lasciano un segno marcato, in fondo ne hai regalato di capolavori e te ne siamo grati, ma, se sei stanco, lasciaci almeno quei ricordi, piuttosto che, dei dischi mediocri. Pensaci.

Tra i brani che meritano di essere menzionati troviamo “How Can A Poor Boy” canzone apripista dove l’armonica crea subito un’atmosfera blues, “That’s Entrainment” diretta, semplice, ben costruita e non a caso scelto come singolo, “Don’t Go To Nightclubs Anymore” per rimanere in campo blues, “School Of Hard Knocks” e “Lover Come Back” due brani brillanti ed emozionanti, tra i più riusciti assieme alla title track “ Keep it Simple” il brano più bello del disco, grande canzone, tra le top dell’artista irlandese.

Billy Bragg — Mr.Love & Justice (2008)

Dopo sei anni di silenzio torna in studio Mr. Billy Bragg, classe 1957.

Se la caratteristica principale di B.B. sono le canzoni marcatamente “sociali”, è infatti, uno dei songwriter più politicizzati della scena musicale inglese, in questo lavoro Bragg predilige brani più intimi e personali. Sembra, infatti, che in questo album voglia volgersi indietro per trarre alcuni bilanci della sua vicenda umana e artistica. Billy ha preparato una dozzina di canzoni veramente interessanti, nello stile a lui più congeniale quello “bragghiano”; il suo personale stile caratterizzato da tre elementi fondamentali: brevità, testi chiari e arrangiamenti assolutamente semplici.

L’iniziale “Keep faith” è il puro esempio di quanto detto, ed è la canzone-manifesto di un nuovo corso della carriera del musicista inglese. Anche “You make me brave” e “If you ever leave”, sembrano rivelare l’aspetto più intimo e riflessivo di Bragg. Non più quindi canzoni dichiaratamente politiche con riproposizioni di canti politici legati alla lotta operaia e omaggi a vari pilastri della politica internazionale, ma canzoni sobrie e rilassate: “La vita non è solo politica ma anche l’amore non lo è, io sto cercando il giusto equilibrio tra amore e politica” dice lui stesso.

Le altre canzoni: “M for me” suona abbastanza piacevole, mentre stimolante è “Sing their souls back home” malinconica è “The Farm Boy”. Non mancano però alcune asprezze del passato, come “I Almost killed you” e “The Beach is Free” dove Bragg ricorda Bo Diddley. Chi ha invece amato il Bragg ilare, corrosivo, sarcastico e ruvido lo ritroverà intatto in pezzi come “Something happened”, “The Johnny Carcinogenic show” e “O freedom”. Per finire la splendida “Mr.Love & Justice” (che non ha caso titola l’album) nasconde nelle sue liriche una profonda riflessione di Bragg sui poli attorno ai quali è sempre ruotata la sua poetica e, non ultima, la sua vita stessa: Amore e giustizia, appunto.

ps. Mr.Love & Justice (anche) in versione doppio CD con, nel primo disco, le dodici canzoni arrangiate e suonate con la consueta band, mentre nel secondo riproposte in solo-version con Bragg che torna alle origini e si accompagna da solo con la chitarra elettrica.

Robbie Robertson — Omonimo (1987)

Sangue indiano nelle vene, il Canada come paese natale e una credibilità conquistata tra le fila della “Band”.
Quando decide di entrare in studio per registrare il “suo” disco, Robbie Robertson aveva masticato rock per quasi tre decenni. Nel 1965 aveva accompagnato Dylan in uno dei tour più discusso della storia. Da allora, la sua vicenda era rimasta strettamente legata a quella dell’uomo di Duluth: insieme alla Band aveva registrato album di capitale importanza come “Music from Big Pink” e preso parte alle memorabili session di “The Basement Tapes”. Nella Band era punto di riferimento, ma la presenza di vocalist d’eccezione come Levon Helm, Richard Manuel e Rick Danko gli aveva spesso impedito di interpretrare lui stesso le canzoni che scriveva. Dal giorno dell’addio della Band, documentato da un capolavoro musical-cinematografico intitolato “The Last Waltz” (1976), Robertson ha atteso undici anni prima di pubblicare il suo primo, vero lavoro solista. “Non avevo nessuna intenzione di incidere un nuovo disco della Band”, disse all’indomani della pubblicazione del suo esordio “volevo un album che rispecchiasse il mio stato d’animo attuale”.
Un pugno di canzoni luminose come un flash sparati in piena notte sugli immensi spazi americani. Avventure in bianco e nero come film neorealisti, con un protagonista mezzosangue eternamente in bilico tra la spiritualità pellerossa e il furioso realismo del rock.
Grazie alla produzione di Daniel Lanois (canadese anche lui) e a una impressionante lista di ospiti (U2, Peter Gabriel, BoDeans, Maria McKee, Terry Bozzio, Manu Katchè, Neil Young), Robertson riuscì a mettere in scena una credibile e suggestiva rappresentazione del rock di fine anni Ottanta. “Fallen angel”, “Showdown at big sky”, “Somewhere down the crazy river”, “Sweet fire of love”, erano il filo steso sull’America per avvicinare il ritmo di New Orlens e le incotaminate distese del Canada. In quelle canzoni c’era il rumore della metropoli e il silenzio dei cimiteri indiani. Dove futuro fa rima con memoria.

Counting Crows — Saturday Nights and Sunday Mornings (2008)

“Sono un ebreo americano di origine russe che recita la parte di un afro-giamaicano. Quello che vorrei essere è un indiano, ma finirò per essere un cowboy”

A distanza di quasi sei anni dall’ultimo album “Hard Candy” (2002), sono tornati con un nuovo disco i Counting Crows. Questo quinto album in studio, arriva quindici anni dopo il bellissimo e fortunato “August and evrything after” (1993), si chiama Saturday nights and Sunday Mornings, e ci propone il consueto mix di rock, rock acustico e influenze country, il tutto coniugato dalla voce inconfondibile del leader della band Adam Duritz.
Il disco è fondamentalmente diviso in due parti: quella dedicata al caos dei “Sabati notte” quando “si commettono i peccati”, parte più elettrica e quella più calma, dedicata alla malinconia delle “domeniche mattina” quando invece “si pente”, parte più acustica.
I suoni del disco sono probabilmente ancora un po’ troppo in coerenza con gli ultimi lavori del gruppo a discapito di una nuova sferzata, di una nuova fase sonora, attesa come sempre, dai fans.
Nel disco ci sono le ballate che gli hanno resi famosi. Nella prima parte denominata “Saturday” le canzoni sono elettriche, veloci, energiche e sempre trascinanti, nella seconda parte denominata “Sunday” le canzoni sono acustiche, lente e sempre melodiche. E’ questa, una delle peculiarità dei Counting Crows, oltre a quella di curare molto gli arrangiamenti. Il loro lavoro sonoro sta nel saper produrre “intrecci” musicali, sta nel riuscire a fondere decine d’incastri elettroacustici, creando brani impeccabili e raffinati.
Non è facile dare un giudizio complessivo a quest’ultima fatica di Adam Duritz e compagni, il lavoro è ben strutturato, ben suonato, ben cantato, ben arrangiato, ben adattato ad ogni situazione vista anche la doppia personalità dell’album, eppure anche con tutti questi “ben” rimante tutto abbastanza anonimo. Probabilmente dopo questo lungo inverno ci aspettavamo, perché molto desiderato, un po’ più di “August”.
Ben tornati, in ogni caso, Counting Crows.