Natural texture

Quasi sempre passeggiando per le strade cittadine, stradine di campagna e in tantissimi altri spazi urbani e agresti, non si fa caso ai semplici e anonimi cespugli d’erba, che a volte abbondano, dando un senso di noncuranza e considerate “erbacce” da estirpare.

Questi cespugli se fotografati da vicino, in primo piano e con particolari angolature, possono diventare delle piccole preziose perle di visioni naturali, dando così un senso e un valore a quello che invece molte volte consideriamo come “visioni negative”, perché spazi incolti e abbandonati dalla manutenzione umana.

Al di la dell’aspetto fisico naturale di queste considerate a torto “erbacce”, le immagini che se ne ricavano, possono servire e essere utilizzate come sfondi per diverse tipologie di apparecchiature digitali e servizi web. Dando così almeno in parte un senso alla loro esistenza.

Taraxacum

Terzo e ultimo post con il Tarassaco come oggetto visivo.
Questa foto l’ho scattata nel parco di San Giuliano (Mestre – Venezia) a poche centinaia di metri da casa mia, dove poche settimane fa c’erano intere distese di ettari di Tarassaco. Questa pianta officinale chiamata anche Soffione o meglio ancora Dente di leone, grazie alle sue proprietà, può essere usata sia in cucina e sia in medicina.
Nella pagina di Wikipedia, leggendo i suoi utilizzi, viene spontaneo pensare che l’associazione con il Maiale non è per nulla inopportuna, visto che anche del Tarassaco non si butta via niente. 🙂

Io non so scrivere

Io non so scrivere, sto imparando a scrivere.
E’ sempre stato un mio grande desiderio scrivere ma, per una serie di “ma”, esclusivamente di mia responsabilità, non l’ho mai messo in pratica. Solo una quindicina di anni fa ho cominciato con la musica.
Grande appassionato, da oltre cinquant’anni, mi sono detto: “Perché non scrivere qualche recensione? Ascolto dischi da sempre, la musica è il mio interesse e piacere primario, desidero imparare a scrivere, quale occasione migliore?”
Con tutte le imperfezioni che un incompetente manifesta come errori grammaticali, ortografici e lessicali, cominciai, consapevole del fatto che ci mettevo il cuore e che l’unica cosa che a me interessava era trasmettere le sensazioni e le emozioni che un disco mi infondeva, al di la dell’inesperienza giornalistica che a me certamente faceva difetto.
Ho scritto qualche centinaio di recensioni e un po’ alla volta le sto riversando in questo neonato blog personale.
Da pochi mesi mi sono avventato nella composizione di qualche haiku e di qualche prosa, senza particolare ambizione poetica. Sono per me semplici pensieri articolati in forma, un modo come un altro per tener uno “scripta manent” in una “mens sana”.


Oro & Argento

Il titolo non rende onore alla foto, in realtà dal vivo questa pianta ha davvero dei colori argento e oro il che la rende particolarmente affascinante e signorile. Queste piante con questi colori danno il loro meglio di se proprio nel periodo freddo invernale.

Cielo Terra

Il Parco di San Giuliano sa offrire belle visioni. Oltre alla veduta della laguna con Venezia nello sfondo, a sud, nel lato opposto a nord, la visione è altrettanto interessante. Il verde degli alberi in fondo, il giallo o più esattamente “oro vecchio” dei campi non coltivati, sommati a un cielo carico di nuvole basse, creano un panorama emozionante.

Tarassaco

Sono incredibili questi tarassachi che riescono a crescere in millimetri di terra tra muri cementati e marciapiedi asfaltati.

Appena si cominciano a vedere questi “fiori” si ha la conferma che la primavera è effettivamente cominciata.

Ricordo questa foto in una strana nei pressi, proprio a pochi metri del Prato della Valle a Padova.

Dente di leone

I fiori che più abbondano e ci avvisano che la primavera è iniziata sono quelli di Tarassaco, poi ci sono le margherite e pochi altri. L’effetto giallo verde che riescono a creare ha il suo perché, ed è veramente bello.

Il giardino

Sette o otto settimane fa ho sistemato il giardino dopo anni che non lo facevo. Smesso di lavorare alcuni mesi fa, ho aspettato che passasse l’inverno e ora da pensionato, mi sono prodigato per la messa in opera di alcuni lavori che necessitavano.
La pavimentazione che occupa parte dei 30 metri quadrati totali, è stata eseguita da un’impresa edile, del resto me ne sono occupato io.
Per prima cosa ho zappato la terra, e una volta finito era bello come un quaderno nuovo e come quello, prima di tutto, ci metti sopra il tuo nome, non per un senso di proprietà ma perché, fra le righe e i solchi, ci pianterai le tue idee.
Le idee a onor del vero non mancavano, quello che mancava era lo spazio.
Dopo aver “rullato” la terra senza rullo perché non ce l’avevo, ma solo con i piedi, ho seminato del trifoglio nano, non per una particolare simpatia ma perché tanto poi, per esperienza passata, perverrà la completa anarchia, e quindi tanto valeva fare delle scelte.
Successivamente ho coperto la semina con quasi un quintale di terriccio e rullato di nuovo con i piedi perché con altro non potevo.  
Ritornando alle idee, era da decidere ora cosa impiantare al posto di un Albicocco asportato diversi anni fa per via dello sporco che faceva non solo nel giardino ma anche nel marciapiede pubblico.
Da oltre trent’anni sono presenti due vecchi amici: un meraviglioso Giuggiolo e un Melograno, rimaneva da scegliere il “terzo” non incomodo da sostituire all’ex all’Albicocco. La scelta forse ovvia ma non per questo priva di valore è caduta su un Olivo. Il 24 marzo ho scavato la buca dove avevo deciso di impiantarlo e il 25 marzo l’ho messo a dimora seguendo tutti i crismi trasmessomi da una marea di video tutorial.
A poco più di un mese, il giardino sta prendendo forma. Il trifoglio sta uscendo anche se non proprio uniformemente, il Giuggiolo e il Melograno stanno mettendo fuori le gemme, l’olivo che è assai parco in dimostrazioni d’affetto, da piccoli segnali di adattamento.
Sorvolo sul resto delle presenze floreali in giardino, per la maggior parte piante grasse, perché se ne occupa la signora di casa.
Appena la visione di tutto questo avrà un senso per essere guardato, non mancherò nel condividere il loro progresso.

Ad Maiora!

Ry Cooder — My name is Buddy (2007)

La pubblicazione di un album da parte di un musicista di grande spessore come Ry Cooder, crea sempre un certo “travaglio”. Si perché ormai il nostro Ry ci ha abituato, che ogni sua uscita discografica sia diversa dalla precedente e ogni volta ci svia verso nuove frontiere e quindi nuove visioni, nuove realtà, nuovi orizzonti sonori.Anche in questo caso non si smentisce e ci regala quest’opera di notevole valore, se non altro per il coraggio di intraprendere “sentieri” molto tortuosi, aspri e di difficile percorribilità.
E’ un buon disco questo, anche se, e già il “se” implica un non totale coinvolgimento dell’album, e questo è dato solo esclusivamente dalla musicalità, dalle onde sonore che il mio “sentire”, non riesce completamente a far sue. Ascolto dopo ascolto, riesco a cogliere le varie sfumature che il bravo Ry è riuscito ad imprimere, ma non riesco ancora per il momento a “sentire” quelle vibrazioni che si percepiscono solo a “pelle”.
Ci vorrà del tempo lo so, in fondo tutte le opere di grande pregio, non le assapori mai ai primi ascolti, ma unpo’ alla volta, sono questi i dischi che poi diventano di grande pregio.
Passiamo al disco.
Buddy è un gatto che con la sua valigia affronta un viaggio alle radici della musica nordamericana. In questo suo nuovo lavoro, Cooder immagina e racconta quello che gli occhi di questo felino vedono e sentono.
My name is buddy è un disco folk, basti pensare che nel disco compaiono: Paddy Moloney (Chieftains) e i fratelli Seeger. Sotto questa “etichetta” folk, c’è comunque un tessuto musicale che spazia tra: country, texmex e shuffle blues e gospel.
Per certi aspetti questa è la continuazione di chavez ravine (disco altalenante con momenti di grandissima musica e altri mediocri) ma in questo caso Ry prende in considerazione gli immigrati bianchi e le loro canzoni cantate quando si trovavano assieme nella loro quotidianità.
Siamo nell’America del ’29 la grande depressione, povertà, violenza, gente che perde lavoro, precariato, scioperi e tutto il malessere che possiamo immaginare.
My Name is Buddy è questo, la cronaca di una vita di lotta e sofferenza, di vicende sindacali, di sconosciuti eroi di tutti i giorni. Il disco tratta di canzoni che in America sono fortemente radicate nell’immaginario collettivo. Quasi tutti i pezzi dell’album sono dei traditional o direttamente ispirati da brani popolari: straordinarie canzoni di preghiera, di dolore, di protesta, di festa, alcuni, poi, sono veri e propri inni.
“Questi sono gli argomenti di cui hanno sempre cantato i poveri: morte, religione, famiglia, lavoro, vita quotidiana, “ma quelle canzoni erano il loro conforto morale“, risponde Cooder in una intervista.
Bisogna quindi rendere merito a Ry Cooder di aver avuto il coraggio di esprimere e sostenere pubblicamente queste idee. Quello di Ry Cooder in My Name Is Buddy, pur essendo un messaggio apertamente in difesa dei lavoratori e dei loro diritti sindacali va letto come un messaggio politico nel più ampio senso del termine.
Ed è questo il modo di far “politica” di Cooder, attraverso il recupero di testi e di suoni che appartenevano al mondo sindacale e operaio.
My name is Buddy” parla di tutto ciò, di quei problemi che poi alla fine sono gli stessi di oggi. Canzoni che con tre accordi raccontano la verità.

Arancio

Tramonto arancione su una Mestre di periferia. Nella passeggiata serale con Forte per un po’ di giorni non è stato difficile imbattersi con questo spettacolo della natura. Non so per quale effetto si verifichi questo fenomeno ma l’effetto visivo è strabiliante.